Mi trovo adesso in Irlanda, per l'esattezza geografica mi trovo in un McDonald, in un posto che nella lingua indigena si direbbe in the middle of nowhere.
Una proposta di lavoro mi ha portato ancora una volta lontano. Cosi', sui due piedi, sono stato chiamato a prendere una decisione coraggiosa. L'incertezza dell'avvenire mi ha spinto ad accettare l'ignoto.
Non avrebbe avuto senso domandarsi se ho fatto bene o male ad accettare, nel caso che tutto fosse rimasto com'era fino a una decina di giorni fa. Ma invece il senso la domanda ce l'ha, perchè decidendo di accettare e trasbordarmi fin qui ho consapevolmente posto la parola Fine su un'avventura umana ed esistenziale che forse avrebbe tessuto la mia vita con una fibra piu' forte, piu' consistente perchè fatta di un significato.
Non mi piace raccontare i fatti miei e in pubblico, e percio' restero' nel vago in proposito. Non diro' quale sia la passione che ho sacrificato. E neppure diro' di quel sentimento avvilente che ora mi assale, mentre dalla finestrona con la M del Mac vedo la tormenta che funesta il luogo in the middle of nowhere.
Vorrei parlare delle cose belle, che scopro ogni tanto quando guardo fuori e scopro un mondo di incanto e meraviglie. Adesso devo fare i conti con le necessita' - e soprattutto con la solitudine che queste necessita' comportano.
Volevo pubblicare un post relativo a un articolo di Alberoni pubblicato una settimana fa sul Corriere della Sera (che certamente ha a che vedere, seppure in maniera indiretta, con lo spleen del mio viaggio) ma l'imprevisto della partenza mi ha dirottato verso altre riflessioni.
Tutto trovera' la giusta collocazione in the matter of a while.
(La tastiera irlandese non conosce le vocali accentate. Mi consento percio' di usare l'apostrofo per supplire alla loro assenza)
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martedì 16 novembre 2010
venerdì 5 novembre 2010
Le coordinate dei tempi
Dopo giorni noiosi, senza slanci emotivi o interesse per gli affari del mondo, ho deciso di accettare l'invito dei compagni di ostello. Dopotutto - mi son detto - i giorni sono contati e manca poco al momento del ritorno. Cosi' ieri sera abbiamo fermato un taxi "non ufficiale", una receptionist ha detto all'autista di portarci al Faq Caffe', e ci siamo avviati in due macchine diverse. Eravamo di tante parti del mondo. E' finita che ci siamo persi, e al Faq siamo sbarcati dopo un bel giro a pera. Poco piu' tardi abbiamo ripreso un taxi non ufficiale e siamo giunti al Propaganda. C'era gente di tanti tipi, ma soprattutto ragazzi sui vent'anni. Mi sono intenerito a vedere le ragazze russe basse e un po' rotonde, che mi hanno inevitabilmente ricordato le matrioske. Uno spagnolo dell'ostello, che era venuto con me, ha pure sfilato gli occhiali da vista ad una piccola matrioska; io ho assistito alla scena da lontano, e non ho capito molto sulle implicazioni di questo gesto. In seguito, avendo parlato con Jorge al ritorno, lui mi ha rivelato di averlo fatto per scoprire se magari quella fosse stata carina senza occhiali.
Non intendo soffermarmi tuttavia su tutti i particolari della serata. (Certo, bisognerebbe dire qualcosa sulla toilette degli uomini, in cui i vespasiani erano praticamente attaccati al lavandino, che incorniciavano in modo quasi simpatico).
Non voglio soffermarmi neppure sullo stato d'animo grigio e apatico che la citta' mi ha infuso. Neppure sui trips mentali che la disoccupazione mi infligge a ogni passo. Se sapessi un po' il tedesco, magari mi soffermerei su quel libro che un crucco ha scritto sul Piccolo Principe e Nietzsche (libro che ho trovato qui in ostello, e che il solo sfogliare disinteressato mi ha fatto intuire l'essenza di cui tratta).
Vorrei soffermarmi sui nomi della letteratura che si fa mercato. Di questi non ce n'e' uno che mi appassioni. Ho provato a leggere qualcosa di Fabio Volo, Coelho, Baricco, una volta persino Moccia mentre ero in fila al supermercato e l'ultimo best-seller era li', sulla mensola delle mentine e dei Ferrero Rocher. Appartengono tutti alla stessa categoria, ed e' il riferimento a un comune contesto zeppo di superficialita' mascherata, che e' quello che rende tutto comprensibile. Un autore fuori dal contesto morirebbe di fame. C'e' una specie di sociologo, che vedevo ospite al Maurizio Costanzo Show, che dice soltanto cazzate e i suoi libri editi da Mondadori occupano posizioni in vista in ogni libreria. Non ci si puo' stupire di nulla, visti gli assi cartesiani che si son tracciati per dare collocazione ai risultati dell'intelligenza. Quale intelligenza? Ancora una volta, si tratta dell'intelligenza contabilizzata dal mercato.
Perche' pensare a cio', durante la settimana moscovita in cui (tra l'altro) si e' celebrata la conquista del potere, tanti anni fa, ad opera dei rivoluzionari bolscevichi? Anche questa e' un'associazione di idee avulsa da una logica imposta.
Anche qua la miseria dell'Occidente e' arrivata, coi reality shows e le grandi insegne pubblicitarie di Pepsi o McDonald. Il mondo e' bello perche' e' bello, mi sono accorto, e non perche' e' vario. Anzi, forse vario oggigiorno non lo e' poi tanto... Al Propaganda eravamo un italiano, uno spagnolo, un indonesiano, un egiziano, due olandesi e tre tedeschi, e abbiamo scoperto che parlavamo delle stesse cose. Qualcuno non puo' vivere senza la connessione wi-fi. Quasi tutti siamo su Facebook.
Il nostro futuro e' dove noi vogliamo costruirlo.
Se Dio non esiste, questo e' il piu' piatto dei mondi possibili.
Tornando a casa ho attraversato la piazza rossa, e ho compreso che si chiama cosi' non per via del colore dei comunisti, ma semplicemente perche' e' rossa. Siamo sempre portati a pensare a un significato di eccesso, qualcosa che da' il senso alle parole semplici. Perche' le cose non sono semplici di per se', ma lo sono se noi le consideriamo semplici. (Come appunto avevo detto in altro luogo delle cose complicate, che appunto sono complicate perche' siamo noi a complicarle).
Forse non e' il caso di proseguire su questa linea di ragionamento, tuttavia. Si finisce per incorrere in paradossi, o peggio, in un solipsismo assoluto che puo' vestire i panni di qualunque nichilismo.
Percio' guardiamo avanti, promettendo che presto riprenderemo a occuparci qui della sola fenomenologia delle cose belle. (Essendo questo l'argomento che ci ha mosso tempo fa alla creazione del blog).
Dal momento che la tastiera russa non conosce l'esistenza delle vocali accentate, mi sono dovuto arrangiare un po' cosi'.
Non intendo soffermarmi tuttavia su tutti i particolari della serata. (Certo, bisognerebbe dire qualcosa sulla toilette degli uomini, in cui i vespasiani erano praticamente attaccati al lavandino, che incorniciavano in modo quasi simpatico).
Non voglio soffermarmi neppure sullo stato d'animo grigio e apatico che la citta' mi ha infuso. Neppure sui trips mentali che la disoccupazione mi infligge a ogni passo. Se sapessi un po' il tedesco, magari mi soffermerei su quel libro che un crucco ha scritto sul Piccolo Principe e Nietzsche (libro che ho trovato qui in ostello, e che il solo sfogliare disinteressato mi ha fatto intuire l'essenza di cui tratta).
Vorrei soffermarmi sui nomi della letteratura che si fa mercato. Di questi non ce n'e' uno che mi appassioni. Ho provato a leggere qualcosa di Fabio Volo, Coelho, Baricco, una volta persino Moccia mentre ero in fila al supermercato e l'ultimo best-seller era li', sulla mensola delle mentine e dei Ferrero Rocher. Appartengono tutti alla stessa categoria, ed e' il riferimento a un comune contesto zeppo di superficialita' mascherata, che e' quello che rende tutto comprensibile. Un autore fuori dal contesto morirebbe di fame. C'e' una specie di sociologo, che vedevo ospite al Maurizio Costanzo Show, che dice soltanto cazzate e i suoi libri editi da Mondadori occupano posizioni in vista in ogni libreria. Non ci si puo' stupire di nulla, visti gli assi cartesiani che si son tracciati per dare collocazione ai risultati dell'intelligenza. Quale intelligenza? Ancora una volta, si tratta dell'intelligenza contabilizzata dal mercato.
Perche' pensare a cio', durante la settimana moscovita in cui (tra l'altro) si e' celebrata la conquista del potere, tanti anni fa, ad opera dei rivoluzionari bolscevichi? Anche questa e' un'associazione di idee avulsa da una logica imposta.
Anche qua la miseria dell'Occidente e' arrivata, coi reality shows e le grandi insegne pubblicitarie di Pepsi o McDonald. Il mondo e' bello perche' e' bello, mi sono accorto, e non perche' e' vario. Anzi, forse vario oggigiorno non lo e' poi tanto... Al Propaganda eravamo un italiano, uno spagnolo, un indonesiano, un egiziano, due olandesi e tre tedeschi, e abbiamo scoperto che parlavamo delle stesse cose. Qualcuno non puo' vivere senza la connessione wi-fi. Quasi tutti siamo su Facebook.
Il nostro futuro e' dove noi vogliamo costruirlo.
Se Dio non esiste, questo e' il piu' piatto dei mondi possibili.
Tornando a casa ho attraversato la piazza rossa, e ho compreso che si chiama cosi' non per via del colore dei comunisti, ma semplicemente perche' e' rossa. Siamo sempre portati a pensare a un significato di eccesso, qualcosa che da' il senso alle parole semplici. Perche' le cose non sono semplici di per se', ma lo sono se noi le consideriamo semplici. (Come appunto avevo detto in altro luogo delle cose complicate, che appunto sono complicate perche' siamo noi a complicarle).
Forse non e' il caso di proseguire su questa linea di ragionamento, tuttavia. Si finisce per incorrere in paradossi, o peggio, in un solipsismo assoluto che puo' vestire i panni di qualunque nichilismo.
Percio' guardiamo avanti, promettendo che presto riprenderemo a occuparci qui della sola fenomenologia delle cose belle. (Essendo questo l'argomento che ci ha mosso tempo fa alla creazione del blog).
Dal momento che la tastiera russa non conosce l'esistenza delle vocali accentate, mi sono dovuto arrangiare un po' cosi'.
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martedì 2 novembre 2010
Dalla sopravvivenza alla vita molteplice. Una riflessione fenomenologica da MOCKBA.
Viviamo una doppia vita. Ce ne accorgiamo per caso, perche' non e' volontariamente che incorriamo nella negazione (cioe' la contraddizione) di se stessi.
Trovo giusto iniziare cosi', con una riflessione decisamente arbitraria il racconto dell'arrivo a Mosca.
L'alfabeto non aiuta affatto a comprendere questo popolo, che e' orientale piu' di quanto si pensi.
E come se non bastasse, al pomeriggio fa addirittura piu' freddo che al mattino.
Ho trascorso la giornata a fare foto all'architettura costruttivista, il fiore all'occhiello della capitale che volle innalzare la dittatura del proletariato. Tra palazzi grandi come villaggi non ho disdegnato di fotografare i piccioni che fanno compagnia a Dostojevski, le creature sub-umane a cui il museo di antropologia ha dedicato mezzibusti esposti sulle pareti esteriori, e pure gli omini che vendono le schedine del lotto nella Piazza Rossa.
All'ingresso del Cremlino sta una bella statua del maresciallo Zukhov, quello che ha condotto l'Armata Rossa a Berlino. Resti sparsi per la citta' ricordano la matrice ideologica del suo passato. Trovo esteticamente piacevoli i mosaici che decorano la stazione della metropolitana di Arbatskaya, dove si commemora l'inaugurazione di una gloriosa fabbrica dai protagonisti della rivoluzione.
Ma qui non posso dilungarmi sui particolari... ero partito con l'idea di scrivere un post su ben altro. Volevo parlare delle vite parallele che viviamo senza saperlo, ed ecco: si e' manifestato un fenomeno dissociativo, che mi porta a ragionare d'altro. Si potrebbe usare questo come esempio dell'incostanza, o meglio, della scarsa concentrazione come motivo scatenante della dissociazione degli io? Si cessa di essere se stessi, e si diventa altre persone (o meglio, si diventa altri perche' con altri ci immedesimiamo) soltanto perche' non siamo capaci di finire un discorso e piu' facile ci riesce cominciarne altri dieci (che molto probabilmente non saranno similmente conclusi, ma si ramificheranno in altri ragionamenti ancora) ?
Mi sento di rispondere in modo affermativo. Ma il motivo non puo' stare esclusivamente li'.
E' il rigore impostomi dalla scienza che mi obbliga a cercare un ulteriore approfondimento.
Siamo piu' persone dietro la stessa faccia e sotto la stessa pelle, ma e' troppo riduttivo sostenere che cio' dipenda solo dalla debolezza della volonta' che, intrinsecamente, rende costitutivamente pregnante gli argomenti morali che danno poi forma, vita e sostentamento al nostro modo di vedere il mondo, di vedere noi stessi nel mondo, dunque di vedere noi ("io") a confronto con gli altri in tutti i contesti della vita.
La fenomenologia degenera nella psichiatria, perche' la dimensione dell'io oscilla in maniera ambigua e spesso impercettibile sul confine della realta' e dell'irrealta'.
La pluralita' del vivere non e' compatibile con l'unicita' dell'io.
In futuro tornero' su questo argomento. Nel prossimo post, tuttavia, riprendero' il tema dell'ultimo post, in merito all'incontro con Ferraccio, che e' stato di grande aiuto per il superamento della condizione di "coscienza infelice" di fronte alla disoccupazione.
Tutti gli accenti sulle vocali, qui, purtroppo li ho messi cosi' perche' su questa tastiera russa le vocali accentate non ci sono.
Trovo giusto iniziare cosi', con una riflessione decisamente arbitraria il racconto dell'arrivo a Mosca.
L'alfabeto non aiuta affatto a comprendere questo popolo, che e' orientale piu' di quanto si pensi.
E come se non bastasse, al pomeriggio fa addirittura piu' freddo che al mattino.
Ho trascorso la giornata a fare foto all'architettura costruttivista, il fiore all'occhiello della capitale che volle innalzare la dittatura del proletariato. Tra palazzi grandi come villaggi non ho disdegnato di fotografare i piccioni che fanno compagnia a Dostojevski, le creature sub-umane a cui il museo di antropologia ha dedicato mezzibusti esposti sulle pareti esteriori, e pure gli omini che vendono le schedine del lotto nella Piazza Rossa.
All'ingresso del Cremlino sta una bella statua del maresciallo Zukhov, quello che ha condotto l'Armata Rossa a Berlino. Resti sparsi per la citta' ricordano la matrice ideologica del suo passato. Trovo esteticamente piacevoli i mosaici che decorano la stazione della metropolitana di Arbatskaya, dove si commemora l'inaugurazione di una gloriosa fabbrica dai protagonisti della rivoluzione.
Ma qui non posso dilungarmi sui particolari... ero partito con l'idea di scrivere un post su ben altro. Volevo parlare delle vite parallele che viviamo senza saperlo, ed ecco: si e' manifestato un fenomeno dissociativo, che mi porta a ragionare d'altro. Si potrebbe usare questo come esempio dell'incostanza, o meglio, della scarsa concentrazione come motivo scatenante della dissociazione degli io? Si cessa di essere se stessi, e si diventa altre persone (o meglio, si diventa altri perche' con altri ci immedesimiamo) soltanto perche' non siamo capaci di finire un discorso e piu' facile ci riesce cominciarne altri dieci (che molto probabilmente non saranno similmente conclusi, ma si ramificheranno in altri ragionamenti ancora) ?
Mi sento di rispondere in modo affermativo. Ma il motivo non puo' stare esclusivamente li'.
E' il rigore impostomi dalla scienza che mi obbliga a cercare un ulteriore approfondimento.
Siamo piu' persone dietro la stessa faccia e sotto la stessa pelle, ma e' troppo riduttivo sostenere che cio' dipenda solo dalla debolezza della volonta' che, intrinsecamente, rende costitutivamente pregnante gli argomenti morali che danno poi forma, vita e sostentamento al nostro modo di vedere il mondo, di vedere noi stessi nel mondo, dunque di vedere noi ("io") a confronto con gli altri in tutti i contesti della vita.
La fenomenologia degenera nella psichiatria, perche' la dimensione dell'io oscilla in maniera ambigua e spesso impercettibile sul confine della realta' e dell'irrealta'.
La pluralita' del vivere non e' compatibile con l'unicita' dell'io.
In futuro tornero' su questo argomento. Nel prossimo post, tuttavia, riprendero' il tema dell'ultimo post, in merito all'incontro con Ferraccio, che e' stato di grande aiuto per il superamento della condizione di "coscienza infelice" di fronte alla disoccupazione.
Tutti gli accenti sulle vocali, qui, purtroppo li ho messi cosi' perche' su questa tastiera russa le vocali accentate non ci sono.
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mercoledì 27 ottobre 2010
Rivolgimento d'attenzione su me stesso, quando l'umore cambia (in seguito alla costatazione che senza una raccomandazione non si va da nessuna parte).
Nell'ultimo post ho tematizzato un pensiero correlato al mio prossimo, breve, viaggio a Mosca.
La doccia fredda dell'Università di Trento mi obbliga adesso a "svegliarmi" da quel sonno dogmatico in cui ero assorto, e prendere atto delle esigenze impellenti della vita, cioè quelle che concernono la sopravvivenza. (Per la cronaca, a Trento concorrevo per un posto al dottorato di ricerca).
Queste cose urgenti sono: mangiare, bere, vestirsi. E per tutto serve il conquibus, e dunque un lavoro. Da qui in poi, tema delle mie ricerche fenomenologiche sarà la ricerca del lavoro, e a latere (ma solo a latere, perché sennò il lavoro non lo troverò mai) il mondo del lavoro in generale e in quanto tale.
Edmondo Husserl ha colpevolmente trascurato le difficoltà che sperimenta un giovane che ovunque trova porte sbarrate, per non parlare degli ostacoli burocratici che ne fiaccano l'entusiasmo e arrestano la corsa.
Riporto qui l'incontro che ho avuto pochi giorni fa con Emilio, il guardiano serale della Facoltà di Lettere. Mi ha rivelato che nella cooperativa per la quale lavora nessuno è entrato se non per conoscenza. "Conoscenza" non significa che è arrivato, si è presentato e si è fatto conoscere. Conoscenza significa che qualcuno lo ha conosciuto prima ancora che lui si facesse conoscere. Il mondo della vita (il Lebenswelt, per usare il termine amato dai fenomenologi) è perciò pregno e dato già costitutivamente di una costellazione di etichette e legami più o meno visibili che impongono una qualche gerarchia di favori e obblighi. Un dipendente suo collega, notoriamente psicolabile e autore di gesti volgari e nient'affatto professionali non può esser rimosso dall'impiego - mi dice il custode - perché è "intoccabile". Il mondo è pieno di intoccabili.
Un tempo solo i dirigenti e pochi privilegiati erano intoccabili. Oggi, a ben guardare, anche i custodi notturni di aule studio, gli addetti alla mensa, e forse gli operatori ecologici sono degli "intoccabili". La lezione che ne traggo è questa: senza una raccomandazione, si può aver il miglior curriculum ma si muore di fame.
Scopo di questo post non è fare una sterile lagnanza sul male del mondo. Lo scopo reale è anzi applicare il metodo di riduzione fenomenologica per comprendere la dinamica interna della coscienza dell'io, al termine di una simile esperienza cognitiva.
L'io ragiona e si vede isolato, così, virtualmente sottratto all'orizzonte intersoggettivo del noi. I problemi del noi non affliggono l'io, perché la sensibilità appartiene all'io e non può trovare completo rispecchiamento nella situazione del noi. Il noi è pur sempre un entità astratta, ottenuta mediante l'espoliazione delle particolarità differenzianti dei vari io. Solo a un livello avanzato di indifferenziazione si può pensare al noi come a un soggetto che vive una propria situazione esistenziale.
Nel prender coscienza di ciò, di tale stato in cui il soggetto è rimesso soltanto a se stesso, l'io percepisce di esser solo. In tale solitudine, in cui l'io è più o meno profondamente immerso, ha coscienza di essere qualcosa-per. Ossia, d'essere un'immagine; perché il mondo sociale ci conosce come immagine, e similmente il mondo si riflette a noi con tale immagine connessa ad altre immagini derivate (che sono pur sempre proiezioni della nostra coscienza). La coscienza tende a identificare l'io con un'immagine, che è più o meno definita nei contorni ma certamente fissa e coesa nel suo nucleo centrale.
La coscienza della solitudine, vissuta in una simile esperienza (quella dell'io che scopre che senza raccomandazione non si va da nessuna parte, intendo) contribuisce a render più acuto il sentimento del sé (cioé dell'io auto-riflesso) nella propria dimensione esistenziale (o esistentiva, per usare il termine eccessivamente tecnico di Husserl).
L'acuirsi di tale dimensione, di pari passo con la sua più viva coscienza, provoca il più netto distacco dall'identificazione dell'io col noi, e dunque il maggior distacco dalla dimensione sociale (e intersoggettiva) dell'io.
Possono darsi due conseguenze, a questa condizione esistenziale, che sono vincolate in maniera più o meno rigida al risultato della ricerca d'un lavoro (o di un altro tipo di collocazione esistenziale, ad esempio il dottorato di ricerca). Più avanti discuterò a parte dello sviluppo della coscienza dell'io di fronte al successo.
A fronte del risultato negativo (ossia l'io senza raccomandazione non trova collocazione e resta a grattarsi i coglioni), l'io accusa un conflitto profondo, ossia quello dato nella sua coscienza tra l'io quale immagine auto-riflessa e le capacità e aspirazioni personali che tale io si auto-connette in tale immagine, e il mondo (ossia l'immagine del mondo, pervenuta alla coscienza dell'io quale totalità costituita di rapporti determinati ed escludenti il tentativo di accesso dell'io).
Tale conflitto, più o meno profondo che sia, può degenerare fino ad assumere forme patologiche. A fronte di tale conflitto, manifesto nei termini di una lacerazione incolmabile col mondo (il Lebenswelt, ricordiamo, era visto già da Alfred Schutz come il mondo del lavoro), l'io reagisce normalmente in termini di reazione. Dovrei richiamare qui a un brillante studio di Armando Plebe, in cui la reazione è appunto vista come atto di ribellione dell'io, volto alla riappropriazione di una realtà esistenziale che il mondo invece gli nega.
L'io è qui cosciente di essere un'io isolato, ma la sua coscienza non è mai isolata.
La sua è una "coscienza infelice", negli stessi termini addotti da Hegel in altro verboso lessico. Si tratta infatti di una coscienza cosciente che - ripeto ancora una volta, e in modo perentorio visto che sono quasi le 18 e vorrei uscire a prendere il caffé - non ignora che senza una raccomandazione non andrà da nessuna parte.
La doccia fredda dell'Università di Trento mi obbliga adesso a "svegliarmi" da quel sonno dogmatico in cui ero assorto, e prendere atto delle esigenze impellenti della vita, cioè quelle che concernono la sopravvivenza. (Per la cronaca, a Trento concorrevo per un posto al dottorato di ricerca).
Queste cose urgenti sono: mangiare, bere, vestirsi. E per tutto serve il conquibus, e dunque un lavoro. Da qui in poi, tema delle mie ricerche fenomenologiche sarà la ricerca del lavoro, e a latere (ma solo a latere, perché sennò il lavoro non lo troverò mai) il mondo del lavoro in generale e in quanto tale.
Edmondo Husserl ha colpevolmente trascurato le difficoltà che sperimenta un giovane che ovunque trova porte sbarrate, per non parlare degli ostacoli burocratici che ne fiaccano l'entusiasmo e arrestano la corsa.
Riporto qui l'incontro che ho avuto pochi giorni fa con Emilio, il guardiano serale della Facoltà di Lettere. Mi ha rivelato che nella cooperativa per la quale lavora nessuno è entrato se non per conoscenza. "Conoscenza" non significa che è arrivato, si è presentato e si è fatto conoscere. Conoscenza significa che qualcuno lo ha conosciuto prima ancora che lui si facesse conoscere. Il mondo della vita (il Lebenswelt, per usare il termine amato dai fenomenologi) è perciò pregno e dato già costitutivamente di una costellazione di etichette e legami più o meno visibili che impongono una qualche gerarchia di favori e obblighi. Un dipendente suo collega, notoriamente psicolabile e autore di gesti volgari e nient'affatto professionali non può esser rimosso dall'impiego - mi dice il custode - perché è "intoccabile". Il mondo è pieno di intoccabili.
Un tempo solo i dirigenti e pochi privilegiati erano intoccabili. Oggi, a ben guardare, anche i custodi notturni di aule studio, gli addetti alla mensa, e forse gli operatori ecologici sono degli "intoccabili". La lezione che ne traggo è questa: senza una raccomandazione, si può aver il miglior curriculum ma si muore di fame.
Scopo di questo post non è fare una sterile lagnanza sul male del mondo. Lo scopo reale è anzi applicare il metodo di riduzione fenomenologica per comprendere la dinamica interna della coscienza dell'io, al termine di una simile esperienza cognitiva.
L'io ragiona e si vede isolato, così, virtualmente sottratto all'orizzonte intersoggettivo del noi. I problemi del noi non affliggono l'io, perché la sensibilità appartiene all'io e non può trovare completo rispecchiamento nella situazione del noi. Il noi è pur sempre un entità astratta, ottenuta mediante l'espoliazione delle particolarità differenzianti dei vari io. Solo a un livello avanzato di indifferenziazione si può pensare al noi come a un soggetto che vive una propria situazione esistenziale.
Nel prender coscienza di ciò, di tale stato in cui il soggetto è rimesso soltanto a se stesso, l'io percepisce di esser solo. In tale solitudine, in cui l'io è più o meno profondamente immerso, ha coscienza di essere qualcosa-per. Ossia, d'essere un'immagine; perché il mondo sociale ci conosce come immagine, e similmente il mondo si riflette a noi con tale immagine connessa ad altre immagini derivate (che sono pur sempre proiezioni della nostra coscienza). La coscienza tende a identificare l'io con un'immagine, che è più o meno definita nei contorni ma certamente fissa e coesa nel suo nucleo centrale.
La coscienza della solitudine, vissuta in una simile esperienza (quella dell'io che scopre che senza raccomandazione non si va da nessuna parte, intendo) contribuisce a render più acuto il sentimento del sé (cioé dell'io auto-riflesso) nella propria dimensione esistenziale (o esistentiva, per usare il termine eccessivamente tecnico di Husserl).
L'acuirsi di tale dimensione, di pari passo con la sua più viva coscienza, provoca il più netto distacco dall'identificazione dell'io col noi, e dunque il maggior distacco dalla dimensione sociale (e intersoggettiva) dell'io.
Possono darsi due conseguenze, a questa condizione esistenziale, che sono vincolate in maniera più o meno rigida al risultato della ricerca d'un lavoro (o di un altro tipo di collocazione esistenziale, ad esempio il dottorato di ricerca). Più avanti discuterò a parte dello sviluppo della coscienza dell'io di fronte al successo.
A fronte del risultato negativo (ossia l'io senza raccomandazione non trova collocazione e resta a grattarsi i coglioni), l'io accusa un conflitto profondo, ossia quello dato nella sua coscienza tra l'io quale immagine auto-riflessa e le capacità e aspirazioni personali che tale io si auto-connette in tale immagine, e il mondo (ossia l'immagine del mondo, pervenuta alla coscienza dell'io quale totalità costituita di rapporti determinati ed escludenti il tentativo di accesso dell'io).
Tale conflitto, più o meno profondo che sia, può degenerare fino ad assumere forme patologiche. A fronte di tale conflitto, manifesto nei termini di una lacerazione incolmabile col mondo (il Lebenswelt, ricordiamo, era visto già da Alfred Schutz come il mondo del lavoro), l'io reagisce normalmente in termini di reazione. Dovrei richiamare qui a un brillante studio di Armando Plebe, in cui la reazione è appunto vista come atto di ribellione dell'io, volto alla riappropriazione di una realtà esistenziale che il mondo invece gli nega.
L'io è qui cosciente di essere un'io isolato, ma la sua coscienza non è mai isolata.
La sua è una "coscienza infelice", negli stessi termini addotti da Hegel in altro verboso lessico. Si tratta infatti di una coscienza cosciente che - ripeto ancora una volta, e in modo perentorio visto che sono quasi le 18 e vorrei uscire a prendere il caffé - non ignora che senza una raccomandazione non andrà da nessuna parte.
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marzio valdambrini
mercoledì 20 ottobre 2010
Il Cremlino è là che mi aspetta
Mi trovo adesso nella vasta e lussuosa hall di un resort turistico, piuttosto vicino a casa mia. Ho scoperto che posso connettermi a internet da qua, risparmiando dunque la benzina per arrivare a Pisa o a Livorno. Davanti a me ho ore spensierate per mettervi al corrente di quel che l'autunno porta nei luoghi di mare; metafore d'incertezza, dubbi pleonastici sul domani che convalida lo ieri, freddate dovute a un abbigliamento esistenziale inadeguato, e poi cozze senza perla, livree d'argento, parole sconclusionate, discorsi ovvi.
Sto parlando in chat con Fernanda, che è stata a Mosca poco tempo fa. Mi suggerisce alcune destinazioni che dovrei includere nel mio vagare. Ma il tempo è poco: solo una settimana mi tratterrò in quella terra fredda che vanta una tradizione tanto lontana dal nostro Occidente. Intanto, il freddo è arrivato fin qui.
Mi viene da pensare che forse lo stesso freddo che sento in questa hall, vicino casa e vicino alla spiaggia tirrenica, sia una presentificazione (termine di cui i fenomenologi tedeschi hanno abusato, usandolo nella loro lingua fin troppo tecnicistica) del freddo russo, in cui presto verrò a trovarmi.
Vi è certamente una spiegazione scientifica, che i potenti strumenti modernissimi di rilevazione meteorologica possono fornire... Ma noi, che siamo eredi di una tradizione stilnovista, eredi di Dante e di Boccaccio, del Petrarca e dell'Ariosto, di una tradizione insomma che non ha nulla a che spartire col razionalismo europeo e con le sue escrescenze giacobine che nulla hanno dimostrato se non le inevitabili derivazioni violentemente irrazionali del culto della ragione, ecco, noi dobbiamo rifiutare tale scientismo che nega la poesia, e riaffermare le metafore potenti che danno un significato più profondo alle stagioni, come pure alle trasformazioni che osserviamo e percepiamo in natura, ai colori che si sfumano, al freddo e al caldo.
Che altro dire con ciò? Il tempo mi ricorda che i cinque euri che ho pagato erano relativi solo a tre ore di connessione internet. Il tempo, come è dunque evidente, rinvia a un medio che offre di sé una nuova interpretazione di rimando.
Il tempo: forse una metafora per circoscriverlo non c'è. Ma qui si parla d'altro, e cioé di quest'esperienza russa che m'attende, che in qualche maniera segna un limite, un punto di confine, e forse la conclusione del viaggio esistenziale che ho iniziato ormai molto tempo fa - già molto prima, probabilmente, del mio controverso soggiorno maltese.
Dietro alle banalità ci stanno cose che meritano la nostra attenzione, forse più di quanto noi ci si renda conto. Io credo fermamente che dietro all'asserzione "non esistono più le mezze stagioni" si celi un significato che si è perduto in età remote, forse per colpa di una retorica volgare e indegnamente filologica.
Questo discorso, che erroneamente mi svia al di fuori dell'orbita russa, è pur sempre pertinente al tema del blog, ossia la fenomenologia delle cose belle, che sono pur sempre belle perché significative.
Ma sul tema del limite prima o poi dovrò svolgere un'indagine approfondita, perché la sua ricchezza di sfumature non può certo esaurirsi in una pagina.
Marzio Valdambrini
Sto parlando in chat con Fernanda, che è stata a Mosca poco tempo fa. Mi suggerisce alcune destinazioni che dovrei includere nel mio vagare. Ma il tempo è poco: solo una settimana mi tratterrò in quella terra fredda che vanta una tradizione tanto lontana dal nostro Occidente. Intanto, il freddo è arrivato fin qui.
Mi viene da pensare che forse lo stesso freddo che sento in questa hall, vicino casa e vicino alla spiaggia tirrenica, sia una presentificazione (termine di cui i fenomenologi tedeschi hanno abusato, usandolo nella loro lingua fin troppo tecnicistica) del freddo russo, in cui presto verrò a trovarmi.
Vi è certamente una spiegazione scientifica, che i potenti strumenti modernissimi di rilevazione meteorologica possono fornire... Ma noi, che siamo eredi di una tradizione stilnovista, eredi di Dante e di Boccaccio, del Petrarca e dell'Ariosto, di una tradizione insomma che non ha nulla a che spartire col razionalismo europeo e con le sue escrescenze giacobine che nulla hanno dimostrato se non le inevitabili derivazioni violentemente irrazionali del culto della ragione, ecco, noi dobbiamo rifiutare tale scientismo che nega la poesia, e riaffermare le metafore potenti che danno un significato più profondo alle stagioni, come pure alle trasformazioni che osserviamo e percepiamo in natura, ai colori che si sfumano, al freddo e al caldo.
Che altro dire con ciò? Il tempo mi ricorda che i cinque euri che ho pagato erano relativi solo a tre ore di connessione internet. Il tempo, come è dunque evidente, rinvia a un medio che offre di sé una nuova interpretazione di rimando.
Il tempo: forse una metafora per circoscriverlo non c'è. Ma qui si parla d'altro, e cioé di quest'esperienza russa che m'attende, che in qualche maniera segna un limite, un punto di confine, e forse la conclusione del viaggio esistenziale che ho iniziato ormai molto tempo fa - già molto prima, probabilmente, del mio controverso soggiorno maltese.
Dietro alle banalità ci stanno cose che meritano la nostra attenzione, forse più di quanto noi ci si renda conto. Io credo fermamente che dietro all'asserzione "non esistono più le mezze stagioni" si celi un significato che si è perduto in età remote, forse per colpa di una retorica volgare e indegnamente filologica.
Questo discorso, che erroneamente mi svia al di fuori dell'orbita russa, è pur sempre pertinente al tema del blog, ossia la fenomenologia delle cose belle, che sono pur sempre belle perché significative.
Ma sul tema del limite prima o poi dovrò svolgere un'indagine approfondita, perché la sua ricchezza di sfumature non può certo esaurirsi in una pagina.
Marzio Valdambrini
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giovedì 7 ottobre 2010
Il presente è ancora qui
Le contingenze della vita (e pure le necessità, a dire il vero, nel caso si riescano mai a distinguere dalle prime) mi hanno impedito di scrivere posts sul blog per un bel lasso di tempo. In sostanza, non è che siano accadute cose significative... Nulla insomma che meriti un aggiornamento qui della mia situazione esistenziale. Vorrei dunque cogliere l'occasione (prima che la biblioteca dei Bottini dell'Olio chiuda) per congiungere due momenti diversi, che sono intercorsi a breve distanza di tempo l'uno dall'altro. Nello specifico, si tratta di un pensiero che m'è comparso ieri sera e un altro, ch'è fatto di immagini e sensazioni e non di parole, che ho vissuto una quarantina di minuti fa.
L'altra sera stavo tornando a casa, e mi è gorgogliato in testa un discorso che sentii dire da qualcuno. Non so bene se si tratta delle parole del maestro Gurdjeff, secondo il quale la morte per l'uomo civile rappresenta un grande enigma, ed è incomprensibile nella stessa e identica misura in cui la vita è incomprensibile. Si tratta sempre della difficoltà di dare un senso alle cose. Attraverso la concentrazione, e la focalizzazione dell'attenzione sulla fiamma di una candela sono riuscito a togliermi l'affanno di tanti pensieri estranei; purtroppo, devo dire che riguardo all'auto-osservazione sono ancora troppo deficitario. Capisco i miei difetti, ma non riesco a intervenire con efficacia (e forse con sufficiente decisione) per porci rimedio. Ma il lavoro che faccio su di me, almeno, mi porta come risultato il trovare risposta a certi interrogativi. Adesso non posso ancora dare una risposta a ogni domanda, non sono capace di dare il senso a tutto, ma certo posso dare il senso e comprendere il significato di esperienze e cose che un tempo vivevo e accettavo passivamente, senza ragionarci sensibilmente e perciò senza neppure riconoscerne il senso.
Il secondo momento che vi collego diacronicamente è quello sperimentato oggi pomeriggio, passate le 18, quando sono uscito di casa per venire a Livorno. C'era un cielo limpido, con un sole radioso che faceva sembrare questo giorno come un pomeriggio d'estate. Venendo fin qua in motorino ho sentito l'aria fresca, la brezza che arriva da qualche parte e che solleva il salmastro della marina. Lasciato il motorino vicino alla Bodeguita, il giorno era talmente bello che ho deciso di fermarmi in un bar, per prendere un budino di riso (c'era scritto che era al semolino, ma a me sembrava fosse riso). Senza affannarmi per il domani, l'oggi e lo ieri, e con tutte le preoccupazioni che questi momenti effimeri si portano dietro (perché si tratta realmente di momenti effimeri: siamo inseriti in un flusso di novità continua, che non possiamo fermare e che giustamente non si lascia interrompere) ho gustato dunque quel budino, dopodiché ho ordinato un cappuccino bello schiumoso. Ho sfogliato il quotidiano, e ho provato ribrezzo per un fatto di cronaca particolarmente cruento. Senza farmene carico, sono uscito e ho rivisto il cielo al tramonto. L'aria aveva lo stesso profumo, il silenzio era ancora poetico, pur con tutto quel che nel mondo accade... Ogni momento dovrebbe esser vissuto come una realtà a sé stante. Credo che soltanto in questa maniera potremmo riscoprirci come persone in via di cambiamento, d'evoluzione in cammino verso una méta che noi stessi siamo in grado di decidere. Se non si riesce ad esser padroni di sé nei momenti di tranquillità, come potremmo esserlo nei frangenti più agitati o drammatici della vita?
L'altra sera stavo tornando a casa, e mi è gorgogliato in testa un discorso che sentii dire da qualcuno. Non so bene se si tratta delle parole del maestro Gurdjeff, secondo il quale la morte per l'uomo civile rappresenta un grande enigma, ed è incomprensibile nella stessa e identica misura in cui la vita è incomprensibile. Si tratta sempre della difficoltà di dare un senso alle cose. Attraverso la concentrazione, e la focalizzazione dell'attenzione sulla fiamma di una candela sono riuscito a togliermi l'affanno di tanti pensieri estranei; purtroppo, devo dire che riguardo all'auto-osservazione sono ancora troppo deficitario. Capisco i miei difetti, ma non riesco a intervenire con efficacia (e forse con sufficiente decisione) per porci rimedio. Ma il lavoro che faccio su di me, almeno, mi porta come risultato il trovare risposta a certi interrogativi. Adesso non posso ancora dare una risposta a ogni domanda, non sono capace di dare il senso a tutto, ma certo posso dare il senso e comprendere il significato di esperienze e cose che un tempo vivevo e accettavo passivamente, senza ragionarci sensibilmente e perciò senza neppure riconoscerne il senso.
Il secondo momento che vi collego diacronicamente è quello sperimentato oggi pomeriggio, passate le 18, quando sono uscito di casa per venire a Livorno. C'era un cielo limpido, con un sole radioso che faceva sembrare questo giorno come un pomeriggio d'estate. Venendo fin qua in motorino ho sentito l'aria fresca, la brezza che arriva da qualche parte e che solleva il salmastro della marina. Lasciato il motorino vicino alla Bodeguita, il giorno era talmente bello che ho deciso di fermarmi in un bar, per prendere un budino di riso (c'era scritto che era al semolino, ma a me sembrava fosse riso). Senza affannarmi per il domani, l'oggi e lo ieri, e con tutte le preoccupazioni che questi momenti effimeri si portano dietro (perché si tratta realmente di momenti effimeri: siamo inseriti in un flusso di novità continua, che non possiamo fermare e che giustamente non si lascia interrompere) ho gustato dunque quel budino, dopodiché ho ordinato un cappuccino bello schiumoso. Ho sfogliato il quotidiano, e ho provato ribrezzo per un fatto di cronaca particolarmente cruento. Senza farmene carico, sono uscito e ho rivisto il cielo al tramonto. L'aria aveva lo stesso profumo, il silenzio era ancora poetico, pur con tutto quel che nel mondo accade... Ogni momento dovrebbe esser vissuto come una realtà a sé stante. Credo che soltanto in questa maniera potremmo riscoprirci come persone in via di cambiamento, d'evoluzione in cammino verso una méta che noi stessi siamo in grado di decidere. Se non si riesce ad esser padroni di sé nei momenti di tranquillità, come potremmo esserlo nei frangenti più agitati o drammatici della vita?
domenica 12 settembre 2010
Il domani è in ritardo
La vita, con le sue divaricazioni impreviste (pur se prevedibili, con la logica della nottola di Minerva) mi ha tenuto lontano dall'aggiornamento del blog per un lasso di dieci giorni. Questo tempo - lo confesso a me stesso - non l'ho impiegato in maniera particolarmente proficua. Certo: ho preparato il progetto di ricerca (in modo un po' abborracciato, è vero, e pure con errori ortografici di cui ho vergogna) con cui mi presenterò al concorso per il dottorato tridentino, ma dopotutto c'è un senso di nonsocché, di insoddisfazione, che mi fa dubitare della qualità degli ultimi dieci giorni.
Epicuro mi invita a riflettere sul fatto che non importa vivere di più, quanto invece conta vivere meglio il tempo che si ha. Non riesco e forse non riuscirò mai ad essere epicureo fino in fondo, lo so bene.
Nessun movimento di auto-coscienza può abbassarmi al punto di dubitare delle caratteristiche profonde del mio essere; perciò voglio parlare d'altro, questa sera, e magari tornerò in futuro su quanto ora si lascia in sospeso.
Il tema del post scaturisce da una questione che mi ha posto Caterina Cavaliere, alcuni giorni fa su Facebook.
Costei mi ha scritto: "Dimmi, Marzio, siamo forse uomini soli?".
Sull'istante, non ho trovato cosa più giusta che risponderle usando la canzone dei Pooh, che certo manifesta il sentimento di impotenza che è figlio del tempo, col risvolto patetico che le forme odierne d'espressione offrono alle questioni umane, ridicole o serissime che siano. Dopo un paio di giorni, in cui ci ho pensato pochissimo ma in compenso ho letto pagine che mi hanno distratto, credo di aver trovato la via per arrivare a comprendere il problema in un orizzonte più vasto. Ero partito dalla supposizione che i classici del pensiero siano classici perché non perdono di attualità.
Ho cercato perciò una risposta in Eric Voegelin, ultimo grande filosofo della politica. La sua disamina dei movimenti gnostici moderni, quali sarebbero le ideologie che hanno imposto i propri idoli a discapito della vecchia e corruttibile tradizione, è brillante è geniale. Le sue accuse infuocate contro Marx, Nietzsche (gli manca Freud, purtroppo), che lui chiama "truffatori intellettuali", contribuiscono a concludere lo smascheramento di questi ciabattoni; smascheramento che già da un po' di tempo è in corso. Secondo Voegelin (Cfr. Il mito del mondo nuovo) è assai significativo che il pensiero greco non possa considerare una fine diversa, per Prometeo, che la condanna irrefutabile di Zeus, e il dileggiamento di contorno subito da Ermete. Prometeo ha trasgredito le leggi dell'ordine cosmico e sociale, e perciò subisce le conseguenze prescritte dalla Giustizia (che è con la maiuscola, perché l'unica giustizia che goda di una legittimità superiore all'umano). Alla base del movimento gnostico di cui Marx è invece l'artefice, vi è è il trionfo di Prometeo. Quest'ultimo riesce nel suo progetto sovversivo, frega il cosmo e gli déi, e finisce per distruggere un mondo che deve rifondare nuove istituzioni. Nasce così una nuova religione, che è religione dell'uomo, anch'essa con una episteme, con un proprio "divieto di fare domande", con delle verità che si fanno dogma, etcetera, con tutto quel che costituisce una vera e propria religione secolare.
Il marxismo, una volta divenuto tale, si crea la sua bella fetta di fanatici, di martiri, di esegeti ortodossi o eretici, un movimento politico che si fa totalitarismo e tutta la barbarie che segue. (E poi, infine, seguono dei coglioni che dicono che il povero Karl Marx non c'entrava nulla e che è stato frainteso).
Congiungiamo la questione degli uomini soli a questi illustri filosofi, Marx e Nietzsche. Non trovo risposta nel pensiero di questi autori, pur facendo uno sforzo. Forse, penso, questi non sono nemmeno dei classici. Che classici sono, se la storia condanna i loro devoti interpreti, e se non sono utili a insegnare qualcosa a quei giovani che nel mondo post-tutto brancolano nelle tenebre più oscure? Dobbiamo rottamarli (e con loro anche Comte e Freud), e seguire Voegelin nell'opera di ripensare la filosofia, e se si vuole, la storia della filosofia.
La dobbiamo ripensare come disciplina di auto-ordinamento del proprio io interiore. Soltanto così saremo padroni del proprio sé, saremo consci del significato del nostro essere-nel-mondo (termine heideggeriano) del nostro essere-soddisfatti (termine non heideggeriano), del nostro essere-sé stessi (termine forse non heideggeriano). La coscienza dell'essere soli può scoprirsi in questa maniera.
Certo, alla domanda di Caterina rispondo: siamo uomini soli, perché la vita ci vede nella veste di individuali. Siamo nati da soli e moriremo da soli. Forse vivremo soli a sprazzi, o non ce ne accorgeremo perché avremo la televisione accesa che ci illude di essere in compagnia. O magari sarà qualcuno che ci parla ma non ci ascolta a darci l'illusione di essere in compagnia. Ma in tutti questi casi, è chiara una cosa: che la questione della solitudine dipenderà sempre dalla coscienza che di essa si ha.
E' lo scarso dominio che l'uomo d'oggi ha del proprio sé, a causare l'insopportabilità della solitudine.
Riconoscerlo, tuttavia, è segno di sensibilità. Perciò è meglio accorgersi di esser soli anche quando si è circondati da persone distanti. (Ho cercato di tematizzare questo in un discorso del Cliente, ma poi ho scoperto di aver scritto male). Riscoprire il proprio sé porta una conclusione che apre al suo rovesciamento: scoprirsi soli nell'aspetto in cui l'individuo si rispecchia nel generale, comporta l'immediato scoprirsi raccolti in una condizione che trascende l'individualità, che ci incorpora in un disegno vasto e superiore, nel quale non esiste la solitudine che il semplice individuo conosce. Vi è qualcosa dello stesso passaggio che l'antica saggezza induista definisce come il movimento di congiunzione-immedesimazione tra Brahman e Atman.
Sono adesso le ore 1 di notte, penso di riprendere con più lucidità il discorso prossimamente, ma nel frattempo vado a stendere la biancheria appena uscita dalla lavatrice.
Epicuro mi invita a riflettere sul fatto che non importa vivere di più, quanto invece conta vivere meglio il tempo che si ha. Non riesco e forse non riuscirò mai ad essere epicureo fino in fondo, lo so bene.
Nessun movimento di auto-coscienza può abbassarmi al punto di dubitare delle caratteristiche profonde del mio essere; perciò voglio parlare d'altro, questa sera, e magari tornerò in futuro su quanto ora si lascia in sospeso.
Il tema del post scaturisce da una questione che mi ha posto Caterina Cavaliere, alcuni giorni fa su Facebook.
Costei mi ha scritto: "Dimmi, Marzio, siamo forse uomini soli?".
Sull'istante, non ho trovato cosa più giusta che risponderle usando la canzone dei Pooh, che certo manifesta il sentimento di impotenza che è figlio del tempo, col risvolto patetico che le forme odierne d'espressione offrono alle questioni umane, ridicole o serissime che siano. Dopo un paio di giorni, in cui ci ho pensato pochissimo ma in compenso ho letto pagine che mi hanno distratto, credo di aver trovato la via per arrivare a comprendere il problema in un orizzonte più vasto. Ero partito dalla supposizione che i classici del pensiero siano classici perché non perdono di attualità.
Ho cercato perciò una risposta in Eric Voegelin, ultimo grande filosofo della politica. La sua disamina dei movimenti gnostici moderni, quali sarebbero le ideologie che hanno imposto i propri idoli a discapito della vecchia e corruttibile tradizione, è brillante è geniale. Le sue accuse infuocate contro Marx, Nietzsche (gli manca Freud, purtroppo), che lui chiama "truffatori intellettuali", contribuiscono a concludere lo smascheramento di questi ciabattoni; smascheramento che già da un po' di tempo è in corso. Secondo Voegelin (Cfr. Il mito del mondo nuovo) è assai significativo che il pensiero greco non possa considerare una fine diversa, per Prometeo, che la condanna irrefutabile di Zeus, e il dileggiamento di contorno subito da Ermete. Prometeo ha trasgredito le leggi dell'ordine cosmico e sociale, e perciò subisce le conseguenze prescritte dalla Giustizia (che è con la maiuscola, perché l'unica giustizia che goda di una legittimità superiore all'umano). Alla base del movimento gnostico di cui Marx è invece l'artefice, vi è è il trionfo di Prometeo. Quest'ultimo riesce nel suo progetto sovversivo, frega il cosmo e gli déi, e finisce per distruggere un mondo che deve rifondare nuove istituzioni. Nasce così una nuova religione, che è religione dell'uomo, anch'essa con una episteme, con un proprio "divieto di fare domande", con delle verità che si fanno dogma, etcetera, con tutto quel che costituisce una vera e propria religione secolare.
Il marxismo, una volta divenuto tale, si crea la sua bella fetta di fanatici, di martiri, di esegeti ortodossi o eretici, un movimento politico che si fa totalitarismo e tutta la barbarie che segue. (E poi, infine, seguono dei coglioni che dicono che il povero Karl Marx non c'entrava nulla e che è stato frainteso).
Congiungiamo la questione degli uomini soli a questi illustri filosofi, Marx e Nietzsche. Non trovo risposta nel pensiero di questi autori, pur facendo uno sforzo. Forse, penso, questi non sono nemmeno dei classici. Che classici sono, se la storia condanna i loro devoti interpreti, e se non sono utili a insegnare qualcosa a quei giovani che nel mondo post-tutto brancolano nelle tenebre più oscure? Dobbiamo rottamarli (e con loro anche Comte e Freud), e seguire Voegelin nell'opera di ripensare la filosofia, e se si vuole, la storia della filosofia.
La dobbiamo ripensare come disciplina di auto-ordinamento del proprio io interiore. Soltanto così saremo padroni del proprio sé, saremo consci del significato del nostro essere-nel-mondo (termine heideggeriano) del nostro essere-soddisfatti (termine non heideggeriano), del nostro essere-sé stessi (termine forse non heideggeriano). La coscienza dell'essere soli può scoprirsi in questa maniera.
Certo, alla domanda di Caterina rispondo: siamo uomini soli, perché la vita ci vede nella veste di individuali. Siamo nati da soli e moriremo da soli. Forse vivremo soli a sprazzi, o non ce ne accorgeremo perché avremo la televisione accesa che ci illude di essere in compagnia. O magari sarà qualcuno che ci parla ma non ci ascolta a darci l'illusione di essere in compagnia. Ma in tutti questi casi, è chiara una cosa: che la questione della solitudine dipenderà sempre dalla coscienza che di essa si ha.
E' lo scarso dominio che l'uomo d'oggi ha del proprio sé, a causare l'insopportabilità della solitudine.
Riconoscerlo, tuttavia, è segno di sensibilità. Perciò è meglio accorgersi di esser soli anche quando si è circondati da persone distanti. (Ho cercato di tematizzare questo in un discorso del Cliente, ma poi ho scoperto di aver scritto male). Riscoprire il proprio sé porta una conclusione che apre al suo rovesciamento: scoprirsi soli nell'aspetto in cui l'individuo si rispecchia nel generale, comporta l'immediato scoprirsi raccolti in una condizione che trascende l'individualità, che ci incorpora in un disegno vasto e superiore, nel quale non esiste la solitudine che il semplice individuo conosce. Vi è qualcosa dello stesso passaggio che l'antica saggezza induista definisce come il movimento di congiunzione-immedesimazione tra Brahman e Atman.
Sono adesso le ore 1 di notte, penso di riprendere con più lucidità il discorso prossimamente, ma nel frattempo vado a stendere la biancheria appena uscita dalla lavatrice.
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