Dopo un lungo periodo di assenza sono tornare a vergare le pagine del blog. E' passato del tempo, l'ultima volta che l'ho aggiornato è stato quando mi sono chiuso per sbaglio fuori di casa. Nel frattempo sono trascorsi due mesi, durante il quale si è celebrato il mio compleanno, insomma il raggiungimento di quella che alcuni ancora si ostinano a chiamare "l'età della ragione".
Non è però di questo che vorrei a parlare. (Anzi, a dire il vero, non so bene di cosa vorrei parlare. Mi sono svegliato un'ora fa, dopo un recupero di sonno arretrato, e mi sento in vena di comunicare con il mondo). La linea del blog mi impone una coerenza di forma, oltre che di sostanza, dunque applicherò su di me un'auto-censura ed eviterò frasi lunghe, non connesse fra sé, periodi ipotetici che durano più di venti parole e quello che certuni mi rimproverano come errore, ma che in verità è il mio punto di forza, ossia l'ignoranza dell'anacoluto storico.
La primavera è arrivata, e io sono in attesa di sapere se avrò tre settimane per andare a luglio sul Mar Nero. Le preoccupazioni del futuro continuano a perturbare il presente, e io risolvo il problema come posso, soprattutto mangiandomi le unghie.
Il lavoro aumenta, il tempo diminuisce, in certe occasioni sento di perdere il contatto con la mia vita.
Mi ero invaghito di una ragazza sul luogo di lavoro, alla quale ho regalato dei pensierini affettuosi in tutti i momenti che agevolavano l'espressione di sentimenti disinteressati. Sono arrivato al punto di fare qualcosa che non avrei mai pensato di fare, qualcosa che per me è inconcepibile: pur di vederla fuori dall'ambaradan, le ho detto che l'avrei accompagnata al concerto di Usher a Dublin. (Trattasi di un rapparo americano bracalone con le mutande in fuori). Chi l'avrebbe mai detto che nell'età della ragione avrei potuto compiere un passo del genere? Quale sinistra follia può muovermi a far tanto, in nome di un atavico impeto passionale? E' forse la prova che la ragione è l'etichetta d'uso per giustificare le fortuite corrispondenze tra un mezzo e un fine da raggiungere?
Il tema del blog, e cioé l'estetica fenomenologica delle cose belle, è pertinente all'argomento, ma qui occorre espandere il campo d'azione all'epistemologia dell'amore, all'ermeneutica del tempo e del destino, alla teoria strutturalista del weekend.
In ogni caso... non compirò quel gesto difficile e poco conforme al mio normale gusto estetico. Non andrò con lei a vedere il rapper a Dublino. Dopo aver informato con bugiardo entusiasmo la fanciulla della mia intenzione di accompagnarla, lei mi ha infatti detto: "It's up to you. I go with my boyfriend".
Ah, che doccia gelata!
Sono costretto a rivedere tutta la mia vita. Vorrei citare qui Ortega y Gasset, ma forse sarebbe fuori luogo.
Per fortuna il lavoro mi consola. I clienti chiamano e mi chiedono di resettare le password, e questo un pochino mi distrae dalle delusioni del presente. Mi restano ancora quattro mesi prima del Mar Nero.
Il presente è ancora l'attesa di qualcosa d'irrealizzato.
marzio19@yahoo.it
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giovedì 24 febbraio 2011
domenica 2 gennaio 2011
I risvolti inattesi della fortuna avversa
Credevo che aver dimenticato le chiavi in casa ed essermi chiuso fuori fosse un sintomo di grande sfiga, o perlomeno la conseguenza di una grave disattenzione. (Un sintomo o una conseguenza: fuori dalla logica, in tante occasioni sembrano sinonimi). Una collega indio-tedesca mi ha ospitato per tre giorni, in attesa del ritorno del mio coinquilino Josh, che possiede un'altra chiave, e lui soltanto puo' dunque consentirmi di riaccedere al suolo domestico. In questi tre giorni, dal 31 dicembre al 2 gennaio, ho passato il tempo quasi interamente stando sulla poltrona della piccola living-room di Khamini, davanti alla televisione insieme alla collega e ad altri ospiti del caso. Qui hanno Sky, e cosi' ho usato questi tre giorni per rifarmi una cultura cinematografica di quanto mi mancava di vedere: mi hanno fatto vedere Troy (secondo me e' un bidone), Alexander (gia' meglio), Miss Marple (non ho capito chi e' l'assassino), The departed e altra roba.
Ma soprattutto, ho visto qualcosa che in altra occasione, aldifuori della contingenza che mi ha costretto a essere qui, fuori di casa, davanti alla televisione a quell'ora di notte, io non avrei mai visto.
Ho visto l'Armata delle tenebre (The army of darkness) in lingua originale! E qual'e' il carattere straordinario della cosa? La versione originale che ho visto contiene diverse parti che nella versione italiana doppiata sono state tagliate! Soprattutto si tratta di alcune scene in cui Bruce Campbell combatte contro i suoi mini-doppioni, e poi nella battaglia finale. La cosa piu' clamorosa, tuttavia e' stato il finale. Il finale che ho visto e' completamente diverso da quello presente nell'adattamento italiano. In quest'ultimo, Bruce Campbell finisce per prendere la pozione magica, e ritorna al suo tempo, in cui lo vediamo ai magazzini Smart, dove lavora, intento ad attaccare il bollino del prezzo sui pacchi.
Non sono particolarmente sorpreso di quanto ho visto ieri notte, tuttavia, perche' sapevo che il regista aveva ideato ben tre finali alternativi che erano stati tutti inseriti nella versione digitale.
Quel che ho visto ieri, e' che Bruce Campbell porta via con se' la pozione magica dal villaggio fortificato di Re Artu', si rifugia in una caverna insieme al rottame dell'auto e con la dinamite fa crollare l'apertura della caverna, tappandosi cosi' all'interno. Qui prende sei gocce della pozione, ma per una distrazione sbaglia a contare e ne prende una in piu'. Allora si addormenta, e si sveglia molto tempo dopo. Riesce a uscir fuori dalla caverna, e ha la triste sorpresa di aver dormito troppo: si e' infatti risvegliato in un mondo post-atomico, dove regna la desolazione.
Non avrei mai conosciuto questo diverso finale del capolavoro di Sam Raimi, se non avessi dimenticato le chiavi in casa due giorni fa. Nella sfortuna e nella malasorte si deve quindi vedere racchiusa una perla, che dimostra che le disavventure e gli imprevisti in realta' possono avere risvolti interessanti, che possono addirittura capovolgere il nostro stato d'animo, al punto di credere persino che sia stata una piccola fortuna aver commesso quell'errore, e che una fatalita' possa cosi' permettere di fare interessanti scoperte.
Trattandosi dell'inizio dell'anno, spero che tutto cio' porti fortuna.
Non credo tanto nell'oroscopo delle riviste e dei varieta', e soprattutto non credo in Paolo Fox. Costui mi ha sempre pronosticato cose belle e di soddisfazioni negli ultimi tempi non ne ho avute tante (anche se non mi posso proprio lamentare del 2010). Vediamo un po': i pesci non hanno un anno di belle sorprese, poche soddisfazioni sul lavoro, imprevisti onerosi nella seconda parte dell'anno... Col segno ascendente mi va un pochino meglio, ma per questo il lavoro e' un terreno di battaglia complicato. Che il 2011 sbugiardi ancora una volta il damerino, e che quest'anno vada all'incontro appunto in grazia delle sue basse prospettive.
Ma soprattutto, ho visto qualcosa che in altra occasione, aldifuori della contingenza che mi ha costretto a essere qui, fuori di casa, davanti alla televisione a quell'ora di notte, io non avrei mai visto.
Ho visto l'Armata delle tenebre (The army of darkness) in lingua originale! E qual'e' il carattere straordinario della cosa? La versione originale che ho visto contiene diverse parti che nella versione italiana doppiata sono state tagliate! Soprattutto si tratta di alcune scene in cui Bruce Campbell combatte contro i suoi mini-doppioni, e poi nella battaglia finale. La cosa piu' clamorosa, tuttavia e' stato il finale. Il finale che ho visto e' completamente diverso da quello presente nell'adattamento italiano. In quest'ultimo, Bruce Campbell finisce per prendere la pozione magica, e ritorna al suo tempo, in cui lo vediamo ai magazzini Smart, dove lavora, intento ad attaccare il bollino del prezzo sui pacchi.
Non sono particolarmente sorpreso di quanto ho visto ieri notte, tuttavia, perche' sapevo che il regista aveva ideato ben tre finali alternativi che erano stati tutti inseriti nella versione digitale.
Quel che ho visto ieri, e' che Bruce Campbell porta via con se' la pozione magica dal villaggio fortificato di Re Artu', si rifugia in una caverna insieme al rottame dell'auto e con la dinamite fa crollare l'apertura della caverna, tappandosi cosi' all'interno. Qui prende sei gocce della pozione, ma per una distrazione sbaglia a contare e ne prende una in piu'. Allora si addormenta, e si sveglia molto tempo dopo. Riesce a uscir fuori dalla caverna, e ha la triste sorpresa di aver dormito troppo: si e' infatti risvegliato in un mondo post-atomico, dove regna la desolazione.
Non avrei mai conosciuto questo diverso finale del capolavoro di Sam Raimi, se non avessi dimenticato le chiavi in casa due giorni fa. Nella sfortuna e nella malasorte si deve quindi vedere racchiusa una perla, che dimostra che le disavventure e gli imprevisti in realta' possono avere risvolti interessanti, che possono addirittura capovolgere il nostro stato d'animo, al punto di credere persino che sia stata una piccola fortuna aver commesso quell'errore, e che una fatalita' possa cosi' permettere di fare interessanti scoperte.
Trattandosi dell'inizio dell'anno, spero che tutto cio' porti fortuna.
Non credo tanto nell'oroscopo delle riviste e dei varieta', e soprattutto non credo in Paolo Fox. Costui mi ha sempre pronosticato cose belle e di soddisfazioni negli ultimi tempi non ne ho avute tante (anche se non mi posso proprio lamentare del 2010). Vediamo un po': i pesci non hanno un anno di belle sorprese, poche soddisfazioni sul lavoro, imprevisti onerosi nella seconda parte dell'anno... Col segno ascendente mi va un pochino meglio, ma per questo il lavoro e' un terreno di battaglia complicato. Che il 2011 sbugiardi ancora una volta il damerino, e che quest'anno vada all'incontro appunto in grazia delle sue basse prospettive.
giovedì 9 dicembre 2010
Le passioni degli azionisti
Ci sono momenti in cui vorrei fermarmi a pensare, magari sedermi su un morbido sofa', con la consapevolezza che faccio davvero quel che devo fare... Poi pero' mi alzo, perche' mi viene in mente che devo fare qualcos'altro, e poi altro ancora, e tutto questo e' un giro ininterrotto di movimenti che in realta' potrei evitare. Scrivere un post del genere non mi aiutera' probabilmente a dare una svolta radicale alla giornata... Si puo' vivere senza sapere cosa si fa, e soprattutto senza sapere cos'e' che potremmo fare di meglio? Non ci credo che si puo' sempre migliorare. Vale comunque la pena di fare un tentativo, che ci indichera' una meta da raggiungere.
(Ecco, fra l'altro e' intervenuto ora un affaticamento al mio polso destro, il che rende pure piu' lento lo scrivere...).
Mi trovo alla biblioteca di Shannon, che sta giusto davanti a casa mia. Davanti casa, abbiamo un grande prato bianco di gelo, che guardandolo da vicino permette di ammirare le sottili forme ghiacchiate dei fili d'erba, e pure alcune ragnatele rese plastiche dal clima. Niente pioppi, faggi, salici e giaggiuoli.
La mia giornata vera e propria inizia alle 13, visto che oggi lavoro col turno pomeridiano. Arriveranno finalmente le chiamate dai clienti azionisti della banca, che vorranno resettare la password e magari pretenderanno informazioni dettagliate e puntuali sul nuovo piano di investimento azionistico varato dalla loro azienda. I telefoni suoneranno, e tutti vorranno avere informazioni sulle loro azioni. L'azione (share), ho imparato, e' una parte del capitale di un'azienda. Ogni azione produce un dividendo, nel caso in cui l'azienda ottenga dei profitti alla fine dell'anno. Questi profitti vengono ripartiti tra gli azionisti, in maniera proporzionale alle azioni possedute da ciascun azionisti.
Queste sono le azioni del mercato, ma vi sono pure altre azioni, che il mio lavoro non considera e pure deve ignorare (per quella logica rigorosa e non del tutto univoca che il lavoro piu' moderno ha forgiato). Queste a cui alludo sono le azioni che si compiono nella vita naturale e irriflessa, ossia le scelte che facciamo ogni giorno, in cui ci rapportiamo a chi ci e' vicino e condivide la propria vita con noi. Queste azioni spesso non producono dividendi. Anzi, agendo in quelle occasioni, compiendo tali azioni nella vita privata e pubblica siamo del tutto all'oscuro di cosa siano i dividenti. Non amiamo le persone, non cambiamo canale davanti alla televisione, non ci dedichiamo alla descrizione del paesaggio pensando ai dividendi. Eppure, anche quelle azioni li' producono qualcosa.
E quanto una nostra azione produce non si ripartisce in maniera rigorosa, secondo appunto il criterio di distribuzione bancaria. Si ripartisce secondo altre logiche, che son dettate unicamente dalla predisposizione di ogni participante. Non c'e' proporzione, perche' il valore non e' misurato secondo una logica; il valore e' intuitivo, e percio' non e' discorsivo (e dunque e' illogico, giacche' logica deriva da logos).
Dovrei fermarmi qui per un'ora, ma l'orologio mi obbliga a far le cose di corsa. Riprendero' magari questo tema in un altro post.
Ora devo tornare a casa, devo radermi e partire. Mi attende una nuova avventura, in cui il mio destino si incrociera' con quello dei clienti azionisti.
(Ecco, fra l'altro e' intervenuto ora un affaticamento al mio polso destro, il che rende pure piu' lento lo scrivere...).
Mi trovo alla biblioteca di Shannon, che sta giusto davanti a casa mia. Davanti casa, abbiamo un grande prato bianco di gelo, che guardandolo da vicino permette di ammirare le sottili forme ghiacchiate dei fili d'erba, e pure alcune ragnatele rese plastiche dal clima. Niente pioppi, faggi, salici e giaggiuoli.
La mia giornata vera e propria inizia alle 13, visto che oggi lavoro col turno pomeridiano. Arriveranno finalmente le chiamate dai clienti azionisti della banca, che vorranno resettare la password e magari pretenderanno informazioni dettagliate e puntuali sul nuovo piano di investimento azionistico varato dalla loro azienda. I telefoni suoneranno, e tutti vorranno avere informazioni sulle loro azioni. L'azione (share), ho imparato, e' una parte del capitale di un'azienda. Ogni azione produce un dividendo, nel caso in cui l'azienda ottenga dei profitti alla fine dell'anno. Questi profitti vengono ripartiti tra gli azionisti, in maniera proporzionale alle azioni possedute da ciascun azionisti.
Queste sono le azioni del mercato, ma vi sono pure altre azioni, che il mio lavoro non considera e pure deve ignorare (per quella logica rigorosa e non del tutto univoca che il lavoro piu' moderno ha forgiato). Queste a cui alludo sono le azioni che si compiono nella vita naturale e irriflessa, ossia le scelte che facciamo ogni giorno, in cui ci rapportiamo a chi ci e' vicino e condivide la propria vita con noi. Queste azioni spesso non producono dividendi. Anzi, agendo in quelle occasioni, compiendo tali azioni nella vita privata e pubblica siamo del tutto all'oscuro di cosa siano i dividenti. Non amiamo le persone, non cambiamo canale davanti alla televisione, non ci dedichiamo alla descrizione del paesaggio pensando ai dividendi. Eppure, anche quelle azioni li' producono qualcosa.
E quanto una nostra azione produce non si ripartisce in maniera rigorosa, secondo appunto il criterio di distribuzione bancaria. Si ripartisce secondo altre logiche, che son dettate unicamente dalla predisposizione di ogni participante. Non c'e' proporzione, perche' il valore non e' misurato secondo una logica; il valore e' intuitivo, e percio' non e' discorsivo (e dunque e' illogico, giacche' logica deriva da logos).
Dovrei fermarmi qui per un'ora, ma l'orologio mi obbliga a far le cose di corsa. Riprendero' magari questo tema in un altro post.
Ora devo tornare a casa, devo radermi e partire. Mi attende una nuova avventura, in cui il mio destino si incrociera' con quello dei clienti azionisti.
sabato 27 novembre 2010
Iniquità irlandesi
Il bilancio della settimana non può dirsi in perdita. Lunedì mi sono trasferito nel nuovo appartamento, che ho affittato col collega Josh. Il contratto era già firmato, quando abbiamo scoperto il terribile inganno ordito dall'avido padrone di casa (the landlord). La pompa dell'acqua, chiusa in uno sgabuzzino, fa un casino infernale e abbiamo dovuto attendere per due giorni il fatidico intervento dell'idraulico.
Adesso siamo ai ferri corti: o il landlord interviene col suo cash per cambiare la pompa, o noi saremo costretti a rompere il contratto. Non sono cose facili da farsi. Purtroppo c'è di mezzo la legge, che come al solito protegge e tutela i disonesti e punisce gli ingenui per la loro ingenuità (questa scomoda virtù).
Ma la settimana mi ha riservato qualche momento piacevole.
La scorsa domenica andato sulla costa a vedere l'oceano, in un posto in cui non c'è altro, e l'attenzione mi è caduta sul distributore di palettine per rimuovere la cacca dei cani: tali oggetti qua sono chiamati Poop Scoop (poop sta per cacca, forse popò, e scoop credo che stia per paletta).
Beh, forse il bilancio di questa esperienza irlandese non è particolarmente ricco di argomenti.
Ma d'altra parte mi devo ancora ambientare, devo conoscere la cultura di questo popolo, e già trovare un punto di partenza non si presenta impresa facile.
Oggi è sabato, ho fatto una dormita che mi ha tolto le rughe di stanchezza e le borse sotto gli occhi, che ho tenuto da lunedì per via del sonno insufficiente. Davanti a me ho un weekend di relax.
Vorrei scrivere quanto ho appuntato nel corso della settimana ma non trovo più i foglietti. Non mi rammarico di questo: se non ricordo cosa avevo pensato, non posso nemmeno pensare a quel che avevo scritto.
Ne approfitto per dire di quell'articolo di Alberoni sul Corriere della Sera, che avevo anticipato nel precedente post.
Il sociologo dei salotti ha scritto che oggi non esiste più una divaricazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, quella vecchia distinzione che un tempo era attestata col possedere o no un pezzo di carta.
Quel che lui dice è vero, ed è pure banale. Io stesso mi ci ero soffermato, un paio d'anni fa, quando lavoravo come rappresentante di un costoso prodotto informatico. Dovetti far visitare a un potenziale cliente, che mi disse che pure un operaio deve usare l'intelletto per lavorare e portare a casa lo stipendio, e perciò era pure quello un lavoro intellettuale.
Pensai che il vero intellettuale è quello che usa l'intelletto per produrre effettivamente qualcosa, mentre il dipendente dell'università è solo un impiegato pubblico che fa il lavoro di un impiegato.
Pensai, spingendomi un po' più in là, che il lavoro intellettuale inteso alla maniera classica, nel mondo d'oggi non andrebbe neppure considerato come lavoro.
Il lavoro intellettuale non è lavoro, infatti, perché da esso non si trae utilità o profitto (se non in maniera indiretta, com'è il caso di chi insegna agli altri, che a loro volta dovranno fare lo stesso).
Quel che mi ha colpito, dell'articolo di Alberoni, è la conclusione che invece pone lui al discorso. Scrive che il merito o il talento di una persona deve prescindere dal possesso di un pezzo di carta, dal momento che oggi le competenze si acquisiscono sul campo. Non c'è nulla di sbagliato nel ragionamento, ma a stonare sono due cose: il mittente e il contesto in cui è lanciato il messaggio.
Se fosse davvero coerente, il mittente del messaggio dovrebbe specificare: "Io non so nulla di quel di cui parlo, e qualche tecnico delle caldaie forse avrebbe più diritto di me a scrivere articoli del genere sul Corriere". L'autore dell'articolo, invece, lascia del tutto in sospeso il discorso. La sua posizione non è minimamente trattata dallo stesso.
Se la prima preoccupazione di un "intellettuale" di professione dovrebbe essere la legittimazione della propria autorità di giudizio, va notato che qui tale preoccupazione non sfiora minimamente i pensieri dell'autore.
Può esser vero che la miglior scuola è la strada. Ma se a dirlo è uno come Alberoni, che senso bisogna dare alla frase?
Adesso siamo ai ferri corti: o il landlord interviene col suo cash per cambiare la pompa, o noi saremo costretti a rompere il contratto. Non sono cose facili da farsi. Purtroppo c'è di mezzo la legge, che come al solito protegge e tutela i disonesti e punisce gli ingenui per la loro ingenuità (questa scomoda virtù).
Ma la settimana mi ha riservato qualche momento piacevole.
La scorsa domenica andato sulla costa a vedere l'oceano, in un posto in cui non c'è altro, e l'attenzione mi è caduta sul distributore di palettine per rimuovere la cacca dei cani: tali oggetti qua sono chiamati Poop Scoop (poop sta per cacca, forse popò, e scoop credo che stia per paletta).
Beh, forse il bilancio di questa esperienza irlandese non è particolarmente ricco di argomenti.
Ma d'altra parte mi devo ancora ambientare, devo conoscere la cultura di questo popolo, e già trovare un punto di partenza non si presenta impresa facile.
Oggi è sabato, ho fatto una dormita che mi ha tolto le rughe di stanchezza e le borse sotto gli occhi, che ho tenuto da lunedì per via del sonno insufficiente. Davanti a me ho un weekend di relax.
Vorrei scrivere quanto ho appuntato nel corso della settimana ma non trovo più i foglietti. Non mi rammarico di questo: se non ricordo cosa avevo pensato, non posso nemmeno pensare a quel che avevo scritto.
Ne approfitto per dire di quell'articolo di Alberoni sul Corriere della Sera, che avevo anticipato nel precedente post.
Il sociologo dei salotti ha scritto che oggi non esiste più una divaricazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, quella vecchia distinzione che un tempo era attestata col possedere o no un pezzo di carta.
Quel che lui dice è vero, ed è pure banale. Io stesso mi ci ero soffermato, un paio d'anni fa, quando lavoravo come rappresentante di un costoso prodotto informatico. Dovetti far visitare a un potenziale cliente, che mi disse che pure un operaio deve usare l'intelletto per lavorare e portare a casa lo stipendio, e perciò era pure quello un lavoro intellettuale.
Pensai che il vero intellettuale è quello che usa l'intelletto per produrre effettivamente qualcosa, mentre il dipendente dell'università è solo un impiegato pubblico che fa il lavoro di un impiegato.
Pensai, spingendomi un po' più in là, che il lavoro intellettuale inteso alla maniera classica, nel mondo d'oggi non andrebbe neppure considerato come lavoro.
Il lavoro intellettuale non è lavoro, infatti, perché da esso non si trae utilità o profitto (se non in maniera indiretta, com'è il caso di chi insegna agli altri, che a loro volta dovranno fare lo stesso).
Quel che mi ha colpito, dell'articolo di Alberoni, è la conclusione che invece pone lui al discorso. Scrive che il merito o il talento di una persona deve prescindere dal possesso di un pezzo di carta, dal momento che oggi le competenze si acquisiscono sul campo. Non c'è nulla di sbagliato nel ragionamento, ma a stonare sono due cose: il mittente e il contesto in cui è lanciato il messaggio.
Se fosse davvero coerente, il mittente del messaggio dovrebbe specificare: "Io non so nulla di quel di cui parlo, e qualche tecnico delle caldaie forse avrebbe più diritto di me a scrivere articoli del genere sul Corriere". L'autore dell'articolo, invece, lascia del tutto in sospeso il discorso. La sua posizione non è minimamente trattata dallo stesso.
Se la prima preoccupazione di un "intellettuale" di professione dovrebbe essere la legittimazione della propria autorità di giudizio, va notato che qui tale preoccupazione non sfiora minimamente i pensieri dell'autore.
Può esser vero che la miglior scuola è la strada. Ma se a dirlo è uno come Alberoni, che senso bisogna dare alla frase?
martedì 16 novembre 2010
Una notte fredda e tempestosa a Shannon
Mi trovo adesso in Irlanda, per l'esattezza geografica mi trovo in un McDonald, in un posto che nella lingua indigena si direbbe in the middle of nowhere.
Una proposta di lavoro mi ha portato ancora una volta lontano. Cosi', sui due piedi, sono stato chiamato a prendere una decisione coraggiosa. L'incertezza dell'avvenire mi ha spinto ad accettare l'ignoto.
Non avrebbe avuto senso domandarsi se ho fatto bene o male ad accettare, nel caso che tutto fosse rimasto com'era fino a una decina di giorni fa. Ma invece il senso la domanda ce l'ha, perchè decidendo di accettare e trasbordarmi fin qui ho consapevolmente posto la parola Fine su un'avventura umana ed esistenziale che forse avrebbe tessuto la mia vita con una fibra piu' forte, piu' consistente perchè fatta di un significato.
Non mi piace raccontare i fatti miei e in pubblico, e percio' restero' nel vago in proposito. Non diro' quale sia la passione che ho sacrificato. E neppure diro' di quel sentimento avvilente che ora mi assale, mentre dalla finestrona con la M del Mac vedo la tormenta che funesta il luogo in the middle of nowhere.
Vorrei parlare delle cose belle, che scopro ogni tanto quando guardo fuori e scopro un mondo di incanto e meraviglie. Adesso devo fare i conti con le necessita' - e soprattutto con la solitudine che queste necessita' comportano.
Volevo pubblicare un post relativo a un articolo di Alberoni pubblicato una settimana fa sul Corriere della Sera (che certamente ha a che vedere, seppure in maniera indiretta, con lo spleen del mio viaggio) ma l'imprevisto della partenza mi ha dirottato verso altre riflessioni.
Tutto trovera' la giusta collocazione in the matter of a while.
(La tastiera irlandese non conosce le vocali accentate. Mi consento percio' di usare l'apostrofo per supplire alla loro assenza)
Una proposta di lavoro mi ha portato ancora una volta lontano. Cosi', sui due piedi, sono stato chiamato a prendere una decisione coraggiosa. L'incertezza dell'avvenire mi ha spinto ad accettare l'ignoto.
Non avrebbe avuto senso domandarsi se ho fatto bene o male ad accettare, nel caso che tutto fosse rimasto com'era fino a una decina di giorni fa. Ma invece il senso la domanda ce l'ha, perchè decidendo di accettare e trasbordarmi fin qui ho consapevolmente posto la parola Fine su un'avventura umana ed esistenziale che forse avrebbe tessuto la mia vita con una fibra piu' forte, piu' consistente perchè fatta di un significato.
Non mi piace raccontare i fatti miei e in pubblico, e percio' restero' nel vago in proposito. Non diro' quale sia la passione che ho sacrificato. E neppure diro' di quel sentimento avvilente che ora mi assale, mentre dalla finestrona con la M del Mac vedo la tormenta che funesta il luogo in the middle of nowhere.
Vorrei parlare delle cose belle, che scopro ogni tanto quando guardo fuori e scopro un mondo di incanto e meraviglie. Adesso devo fare i conti con le necessita' - e soprattutto con la solitudine che queste necessita' comportano.
Volevo pubblicare un post relativo a un articolo di Alberoni pubblicato una settimana fa sul Corriere della Sera (che certamente ha a che vedere, seppure in maniera indiretta, con lo spleen del mio viaggio) ma l'imprevisto della partenza mi ha dirottato verso altre riflessioni.
Tutto trovera' la giusta collocazione in the matter of a while.
(La tastiera irlandese non conosce le vocali accentate. Mi consento percio' di usare l'apostrofo per supplire alla loro assenza)
venerdì 5 novembre 2010
Le coordinate dei tempi
Dopo giorni noiosi, senza slanci emotivi o interesse per gli affari del mondo, ho deciso di accettare l'invito dei compagni di ostello. Dopotutto - mi son detto - i giorni sono contati e manca poco al momento del ritorno. Cosi' ieri sera abbiamo fermato un taxi "non ufficiale", una receptionist ha detto all'autista di portarci al Faq Caffe', e ci siamo avviati in due macchine diverse. Eravamo di tante parti del mondo. E' finita che ci siamo persi, e al Faq siamo sbarcati dopo un bel giro a pera. Poco piu' tardi abbiamo ripreso un taxi non ufficiale e siamo giunti al Propaganda. C'era gente di tanti tipi, ma soprattutto ragazzi sui vent'anni. Mi sono intenerito a vedere le ragazze russe basse e un po' rotonde, che mi hanno inevitabilmente ricordato le matrioske. Uno spagnolo dell'ostello, che era venuto con me, ha pure sfilato gli occhiali da vista ad una piccola matrioska; io ho assistito alla scena da lontano, e non ho capito molto sulle implicazioni di questo gesto. In seguito, avendo parlato con Jorge al ritorno, lui mi ha rivelato di averlo fatto per scoprire se magari quella fosse stata carina senza occhiali.
Non intendo soffermarmi tuttavia su tutti i particolari della serata. (Certo, bisognerebbe dire qualcosa sulla toilette degli uomini, in cui i vespasiani erano praticamente attaccati al lavandino, che incorniciavano in modo quasi simpatico).
Non voglio soffermarmi neppure sullo stato d'animo grigio e apatico che la citta' mi ha infuso. Neppure sui trips mentali che la disoccupazione mi infligge a ogni passo. Se sapessi un po' il tedesco, magari mi soffermerei su quel libro che un crucco ha scritto sul Piccolo Principe e Nietzsche (libro che ho trovato qui in ostello, e che il solo sfogliare disinteressato mi ha fatto intuire l'essenza di cui tratta).
Vorrei soffermarmi sui nomi della letteratura che si fa mercato. Di questi non ce n'e' uno che mi appassioni. Ho provato a leggere qualcosa di Fabio Volo, Coelho, Baricco, una volta persino Moccia mentre ero in fila al supermercato e l'ultimo best-seller era li', sulla mensola delle mentine e dei Ferrero Rocher. Appartengono tutti alla stessa categoria, ed e' il riferimento a un comune contesto zeppo di superficialita' mascherata, che e' quello che rende tutto comprensibile. Un autore fuori dal contesto morirebbe di fame. C'e' una specie di sociologo, che vedevo ospite al Maurizio Costanzo Show, che dice soltanto cazzate e i suoi libri editi da Mondadori occupano posizioni in vista in ogni libreria. Non ci si puo' stupire di nulla, visti gli assi cartesiani che si son tracciati per dare collocazione ai risultati dell'intelligenza. Quale intelligenza? Ancora una volta, si tratta dell'intelligenza contabilizzata dal mercato.
Perche' pensare a cio', durante la settimana moscovita in cui (tra l'altro) si e' celebrata la conquista del potere, tanti anni fa, ad opera dei rivoluzionari bolscevichi? Anche questa e' un'associazione di idee avulsa da una logica imposta.
Anche qua la miseria dell'Occidente e' arrivata, coi reality shows e le grandi insegne pubblicitarie di Pepsi o McDonald. Il mondo e' bello perche' e' bello, mi sono accorto, e non perche' e' vario. Anzi, forse vario oggigiorno non lo e' poi tanto... Al Propaganda eravamo un italiano, uno spagnolo, un indonesiano, un egiziano, due olandesi e tre tedeschi, e abbiamo scoperto che parlavamo delle stesse cose. Qualcuno non puo' vivere senza la connessione wi-fi. Quasi tutti siamo su Facebook.
Il nostro futuro e' dove noi vogliamo costruirlo.
Se Dio non esiste, questo e' il piu' piatto dei mondi possibili.
Tornando a casa ho attraversato la piazza rossa, e ho compreso che si chiama cosi' non per via del colore dei comunisti, ma semplicemente perche' e' rossa. Siamo sempre portati a pensare a un significato di eccesso, qualcosa che da' il senso alle parole semplici. Perche' le cose non sono semplici di per se', ma lo sono se noi le consideriamo semplici. (Come appunto avevo detto in altro luogo delle cose complicate, che appunto sono complicate perche' siamo noi a complicarle).
Forse non e' il caso di proseguire su questa linea di ragionamento, tuttavia. Si finisce per incorrere in paradossi, o peggio, in un solipsismo assoluto che puo' vestire i panni di qualunque nichilismo.
Percio' guardiamo avanti, promettendo che presto riprenderemo a occuparci qui della sola fenomenologia delle cose belle. (Essendo questo l'argomento che ci ha mosso tempo fa alla creazione del blog).
Dal momento che la tastiera russa non conosce l'esistenza delle vocali accentate, mi sono dovuto arrangiare un po' cosi'.
Non intendo soffermarmi tuttavia su tutti i particolari della serata. (Certo, bisognerebbe dire qualcosa sulla toilette degli uomini, in cui i vespasiani erano praticamente attaccati al lavandino, che incorniciavano in modo quasi simpatico).
Non voglio soffermarmi neppure sullo stato d'animo grigio e apatico che la citta' mi ha infuso. Neppure sui trips mentali che la disoccupazione mi infligge a ogni passo. Se sapessi un po' il tedesco, magari mi soffermerei su quel libro che un crucco ha scritto sul Piccolo Principe e Nietzsche (libro che ho trovato qui in ostello, e che il solo sfogliare disinteressato mi ha fatto intuire l'essenza di cui tratta).
Vorrei soffermarmi sui nomi della letteratura che si fa mercato. Di questi non ce n'e' uno che mi appassioni. Ho provato a leggere qualcosa di Fabio Volo, Coelho, Baricco, una volta persino Moccia mentre ero in fila al supermercato e l'ultimo best-seller era li', sulla mensola delle mentine e dei Ferrero Rocher. Appartengono tutti alla stessa categoria, ed e' il riferimento a un comune contesto zeppo di superficialita' mascherata, che e' quello che rende tutto comprensibile. Un autore fuori dal contesto morirebbe di fame. C'e' una specie di sociologo, che vedevo ospite al Maurizio Costanzo Show, che dice soltanto cazzate e i suoi libri editi da Mondadori occupano posizioni in vista in ogni libreria. Non ci si puo' stupire di nulla, visti gli assi cartesiani che si son tracciati per dare collocazione ai risultati dell'intelligenza. Quale intelligenza? Ancora una volta, si tratta dell'intelligenza contabilizzata dal mercato.
Perche' pensare a cio', durante la settimana moscovita in cui (tra l'altro) si e' celebrata la conquista del potere, tanti anni fa, ad opera dei rivoluzionari bolscevichi? Anche questa e' un'associazione di idee avulsa da una logica imposta.
Anche qua la miseria dell'Occidente e' arrivata, coi reality shows e le grandi insegne pubblicitarie di Pepsi o McDonald. Il mondo e' bello perche' e' bello, mi sono accorto, e non perche' e' vario. Anzi, forse vario oggigiorno non lo e' poi tanto... Al Propaganda eravamo un italiano, uno spagnolo, un indonesiano, un egiziano, due olandesi e tre tedeschi, e abbiamo scoperto che parlavamo delle stesse cose. Qualcuno non puo' vivere senza la connessione wi-fi. Quasi tutti siamo su Facebook.
Il nostro futuro e' dove noi vogliamo costruirlo.
Se Dio non esiste, questo e' il piu' piatto dei mondi possibili.
Tornando a casa ho attraversato la piazza rossa, e ho compreso che si chiama cosi' non per via del colore dei comunisti, ma semplicemente perche' e' rossa. Siamo sempre portati a pensare a un significato di eccesso, qualcosa che da' il senso alle parole semplici. Perche' le cose non sono semplici di per se', ma lo sono se noi le consideriamo semplici. (Come appunto avevo detto in altro luogo delle cose complicate, che appunto sono complicate perche' siamo noi a complicarle).
Forse non e' il caso di proseguire su questa linea di ragionamento, tuttavia. Si finisce per incorrere in paradossi, o peggio, in un solipsismo assoluto che puo' vestire i panni di qualunque nichilismo.
Percio' guardiamo avanti, promettendo che presto riprenderemo a occuparci qui della sola fenomenologia delle cose belle. (Essendo questo l'argomento che ci ha mosso tempo fa alla creazione del blog).
Dal momento che la tastiera russa non conosce l'esistenza delle vocali accentate, mi sono dovuto arrangiare un po' cosi'.
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martedì 2 novembre 2010
Dalla sopravvivenza alla vita molteplice. Una riflessione fenomenologica da MOCKBA.
Viviamo una doppia vita. Ce ne accorgiamo per caso, perche' non e' volontariamente che incorriamo nella negazione (cioe' la contraddizione) di se stessi.
Trovo giusto iniziare cosi', con una riflessione decisamente arbitraria il racconto dell'arrivo a Mosca.
L'alfabeto non aiuta affatto a comprendere questo popolo, che e' orientale piu' di quanto si pensi.
E come se non bastasse, al pomeriggio fa addirittura piu' freddo che al mattino.
Ho trascorso la giornata a fare foto all'architettura costruttivista, il fiore all'occhiello della capitale che volle innalzare la dittatura del proletariato. Tra palazzi grandi come villaggi non ho disdegnato di fotografare i piccioni che fanno compagnia a Dostojevski, le creature sub-umane a cui il museo di antropologia ha dedicato mezzibusti esposti sulle pareti esteriori, e pure gli omini che vendono le schedine del lotto nella Piazza Rossa.
All'ingresso del Cremlino sta una bella statua del maresciallo Zukhov, quello che ha condotto l'Armata Rossa a Berlino. Resti sparsi per la citta' ricordano la matrice ideologica del suo passato. Trovo esteticamente piacevoli i mosaici che decorano la stazione della metropolitana di Arbatskaya, dove si commemora l'inaugurazione di una gloriosa fabbrica dai protagonisti della rivoluzione.
Ma qui non posso dilungarmi sui particolari... ero partito con l'idea di scrivere un post su ben altro. Volevo parlare delle vite parallele che viviamo senza saperlo, ed ecco: si e' manifestato un fenomeno dissociativo, che mi porta a ragionare d'altro. Si potrebbe usare questo come esempio dell'incostanza, o meglio, della scarsa concentrazione come motivo scatenante della dissociazione degli io? Si cessa di essere se stessi, e si diventa altre persone (o meglio, si diventa altri perche' con altri ci immedesimiamo) soltanto perche' non siamo capaci di finire un discorso e piu' facile ci riesce cominciarne altri dieci (che molto probabilmente non saranno similmente conclusi, ma si ramificheranno in altri ragionamenti ancora) ?
Mi sento di rispondere in modo affermativo. Ma il motivo non puo' stare esclusivamente li'.
E' il rigore impostomi dalla scienza che mi obbliga a cercare un ulteriore approfondimento.
Siamo piu' persone dietro la stessa faccia e sotto la stessa pelle, ma e' troppo riduttivo sostenere che cio' dipenda solo dalla debolezza della volonta' che, intrinsecamente, rende costitutivamente pregnante gli argomenti morali che danno poi forma, vita e sostentamento al nostro modo di vedere il mondo, di vedere noi stessi nel mondo, dunque di vedere noi ("io") a confronto con gli altri in tutti i contesti della vita.
La fenomenologia degenera nella psichiatria, perche' la dimensione dell'io oscilla in maniera ambigua e spesso impercettibile sul confine della realta' e dell'irrealta'.
La pluralita' del vivere non e' compatibile con l'unicita' dell'io.
In futuro tornero' su questo argomento. Nel prossimo post, tuttavia, riprendero' il tema dell'ultimo post, in merito all'incontro con Ferraccio, che e' stato di grande aiuto per il superamento della condizione di "coscienza infelice" di fronte alla disoccupazione.
Tutti gli accenti sulle vocali, qui, purtroppo li ho messi cosi' perche' su questa tastiera russa le vocali accentate non ci sono.
Trovo giusto iniziare cosi', con una riflessione decisamente arbitraria il racconto dell'arrivo a Mosca.
L'alfabeto non aiuta affatto a comprendere questo popolo, che e' orientale piu' di quanto si pensi.
E come se non bastasse, al pomeriggio fa addirittura piu' freddo che al mattino.
Ho trascorso la giornata a fare foto all'architettura costruttivista, il fiore all'occhiello della capitale che volle innalzare la dittatura del proletariato. Tra palazzi grandi come villaggi non ho disdegnato di fotografare i piccioni che fanno compagnia a Dostojevski, le creature sub-umane a cui il museo di antropologia ha dedicato mezzibusti esposti sulle pareti esteriori, e pure gli omini che vendono le schedine del lotto nella Piazza Rossa.
All'ingresso del Cremlino sta una bella statua del maresciallo Zukhov, quello che ha condotto l'Armata Rossa a Berlino. Resti sparsi per la citta' ricordano la matrice ideologica del suo passato. Trovo esteticamente piacevoli i mosaici che decorano la stazione della metropolitana di Arbatskaya, dove si commemora l'inaugurazione di una gloriosa fabbrica dai protagonisti della rivoluzione.
Ma qui non posso dilungarmi sui particolari... ero partito con l'idea di scrivere un post su ben altro. Volevo parlare delle vite parallele che viviamo senza saperlo, ed ecco: si e' manifestato un fenomeno dissociativo, che mi porta a ragionare d'altro. Si potrebbe usare questo come esempio dell'incostanza, o meglio, della scarsa concentrazione come motivo scatenante della dissociazione degli io? Si cessa di essere se stessi, e si diventa altre persone (o meglio, si diventa altri perche' con altri ci immedesimiamo) soltanto perche' non siamo capaci di finire un discorso e piu' facile ci riesce cominciarne altri dieci (che molto probabilmente non saranno similmente conclusi, ma si ramificheranno in altri ragionamenti ancora) ?
Mi sento di rispondere in modo affermativo. Ma il motivo non puo' stare esclusivamente li'.
E' il rigore impostomi dalla scienza che mi obbliga a cercare un ulteriore approfondimento.
Siamo piu' persone dietro la stessa faccia e sotto la stessa pelle, ma e' troppo riduttivo sostenere che cio' dipenda solo dalla debolezza della volonta' che, intrinsecamente, rende costitutivamente pregnante gli argomenti morali che danno poi forma, vita e sostentamento al nostro modo di vedere il mondo, di vedere noi stessi nel mondo, dunque di vedere noi ("io") a confronto con gli altri in tutti i contesti della vita.
La fenomenologia degenera nella psichiatria, perche' la dimensione dell'io oscilla in maniera ambigua e spesso impercettibile sul confine della realta' e dell'irrealta'.
La pluralita' del vivere non e' compatibile con l'unicita' dell'io.
In futuro tornero' su questo argomento. Nel prossimo post, tuttavia, riprendero' il tema dell'ultimo post, in merito all'incontro con Ferraccio, che e' stato di grande aiuto per il superamento della condizione di "coscienza infelice" di fronte alla disoccupazione.
Tutti gli accenti sulle vocali, qui, purtroppo li ho messi cosi' perche' su questa tastiera russa le vocali accentate non ci sono.
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