Translate

domenica 10 marzo 2013

ANCORA UN VIAGGIO CHE NON VUOL FINIRE (Budapest e giù di lì), parte I

Il tempo della vacanza sta per finire. La clessidra si è quasi svuotata. Mi sembra di essere qui da tanto tempo, ma in realtà sono arrivato in Magyarorszagon soltanto una settimana fa. Ho fatto tanti chilometri a piedi, col borsone sulle spalle. Il vero riposo me lo dovrò prendere quando sarò tornato a casa, a questo punto. Ma ne valeva la pena. Ho visto posti meravigliosi, città poco note eppure ricche di grande fascino e piccoli tesori da scoprire. All'inizio avevo progettato di arrivare a Budapest, scendere poi a sud fino a Szeged, restarci un paio di giorni e poi superare il confine romeno per visitare Timisoara, che a quanto ho sentito è una città bella e interessante. Da là, poi, sarei sceso fino a Novy Sad, per far visita ad AHA, un'amica di Malta. Da Novy Sad sarei poi arrivato a Belgrado. Questo era il progetto con cui sono partito. Come molto spesso accade, sono stato costretto a cambiare itinerario.
L'arrivo a Budapest è stato abbastanza tranquillo. All'aeroporto ho conosciuto uno studente erasmus turco, che ho seguito per raggiungere il centro di Budapest. Autobus e poi metro fino alla stazione Deak Ter. La zona del centro in cui sono sbarcato è bellissima. L'ostello in cui avevo prenotato la prima notte mi aveva fornito le indicazioni su come raggiungerlo. Da Deak Ter ho cercato e trovato Kiraly Utca. Ambiente carino, l'ostello. Erano le dieci di sera quando ci sono arrivato, senza perdere tempo ho chiesto alla ragazza della reception dell'ostello dove potessi mangiare un buon perkelt senza andar lontano. "Qui di fronte, cammini venti metri e trovi un ristorante che si chiama Frici Papa. Fanno ottima cucina ungherese!". Ci sono andato assai affamato, con la brama di rivivere l'esperienza estatica di una cena ad Harkany del 2007, ma è andata male. Ho trovato chiuso. Ho ripiegato nel meno seducente Gyros Kebab lì accanto. I turchi sono da sempre un popolo flessibile.
Carico di energia, e visto che era sabato sera, ho cercato il fulcro della vita mondana magiara. La ragazza dell'ostello mi aveva consigliato un locale, Instant Club, che a quanto pare è un locale alla moda. Questo è un grosso palazzo che qualcuno ha preso e trasformato in un locale pubblico stranissimo, in cui i vari appartamenti che ne facevan parte adesso sono diverse sale in cui si suonano tipi diversi di musica, si beve birra, ci si siede e qualcuno gioca a scacchi. Grosse tende di plastica separano il chiasso di un'area da quello d'un altra. Appesi in alto, sulle alte pareti, ci stanno quadri religiosi. Le pareti sono piene di graffiti, sulle scale c'è puzza di sudicio per non dire vomito. Ho preso una birra Soproni e ho fatto un giro. Gruppi di italiani in gita, e altri stranieri, ma soprattutto i magiari. Serata tranquilla, dopo un'ora sono tornato in ostello visto che avevo finito le batterie.
Il giorno dopo sono ai bagni Szechenyi. Mi aspettavo qualcosina di meglio, ma non si stava male. Anche lì tanti italiani in gita o altro.
Il mattino che segue prendo il treno per Szeged. Ne avevo sentito parlare tanto bene, perciò mi aspettavo tante cose. Ci arrivo e all'uscita della stazione non sembra quel gran che. Mi faccio un chilometro a piedi, però, e arrivo in centro. Non c'è traccia di ufficio del turismo. Su Hostelworld non ho visto ostelli. Non ho prenotato nulla e avrei preferito non andare a spendere cinquanta cocuzze in hotel. Così fermo un tizio di colore, che certamente non è del posto. Lui mi dice di andare a chiedere in un bar che sta poco più avanti sulla strada. Con molto scetticismo proseguo e faccio quanto mi ha suggerito costui. Entro nel bar, dico qualcosa per rendere comprensibile il mio proposito ma non esce alcun effetto. Cammino ancora, scopro il centro che è carino. Fermo un po' di gente, ma nessuno sa dirmi qualcosa di utile. Finché non appare una donna che parla inglese. Mi dice di andare in un collegio universitario, dove affittano camere a visitatori. Ci vado, trovo un'anziano babushka (come si dice in russo, ma qui non ho idea del termine equivalente magiaro) che ovviamente non capisce una mazza di quanto cerco di dire. Stanno passando due studentesse di lì, le fermo e una di loro si presta a fare da interprete. Questa fra l'altro parla l'italiano. La donna dietro il vetro della reception dice che non hanno camere disponibili, ma mi dà l'indirizzo di un posto simili in cui ne hanno. Così ci arrivo, e tutto va insospettabilmente bene.
Szeged è una città molto bella, il suo centro storico ha qualcosa di Budapest ma già l'architettura lascia intravedere delle differenze - che avrei trovato più evidenti scendendo in Serbia. Non so se è lo stile che loro chiamano Secessione. Se ho capito bene, l'hanno portato gli Ottomani, i precursori dei venditori di kebab, che al posto dello spiedo del gyros usavano sciabole affilate e insanguinate.
Tanto bella quanto tranquilla. Durante la settimana Szeged è morta. I locali sono chiusi oppure deserti. Non c'è nessuno per strada. Ho chiesto il perché a dei ragazzi che ho incontrato la sera seguente, a un meeting di utenti di Couchsurfing, e mi han detto che questa è una città universitaria dove si studiano soprattutto biologia, medicina, e altre cose assai toste che tengono gli studenti ben impegnati sui libri. I giovani escono solo venerdì e sabato, ma è mercoledì e nel weekend io sarò lontano.
Il giorno dopo arrivo a Novy Sad, per far contenta AHA, la serba di Malta. Rinuncio così alla Romania, con l'idea di andarci dopo Novy Sad.
Durante il tragitto, ho la conferma di quanto Angela mi aveva detto sui trasporti. In questa parte di mondo, per fare cento chilometri ci vogliono due ore e mezza. Anche l'intercity da Budapest per Szeged non ci aveva messo i tempi di un intercity, ma bensì i tempi del trattore di mio nonno.
Gli autobus sono un po' vecchi, c'è puzza di un po' di tutto. Ma costano pochissimo.
Sceso alla stazione di Novy Sad ho pensato: "Boia deh, ma che in che cesso di posto son finito?".
Lo stile è quello dei peggiori ghetti sovietici.
C'è però AHA ad aspettarmi lì, e con lei ci avviamo verso il centro, chiedendo informazioni ai passanti, perché lei è di Belgrado e non conosce questa città. Anzi, ignora pure l'esistenza di un centro storico.
Fra l'altro, le chiedo quale sia il cambio dinari-euro, e lei mi dice una cifra sbagliata. Pensando che a cinquanta euri corrispondano cinquantamila dinari, faccio un prelievo al bancomat Unicredit che mi rende un uomo insospettabilmente ricco di dinari.
Alla cazzata numero uno segue la cazzata numero due: AHA mi dice "Ma che, vuoi andare in giro con tutti questi soldi? Entriamo dentro la banca, e te li fai ricambiare in Euro". Così faccio, e così mi privo di tanta carta filigranata. Due giorni dopo avrei scoperto che i dinari potevano anche farmi comodo.
Il centro storico lo troviamo, ed è molto carino. Anche qui c'è un che di Austro-Ungarico. I serbi sono un popolo super-gentile. Un tizio ci vede spaesati per la strada, e si avvicina per offrirci le indicazioni di cui abbiamo bisogno.
Arriviamo all'ostello che ho prenotato, ci lascio il borsone che intanto mi ha sviluppato la muscolatura della schiena, e andiamo a cena in un ristorante giusto accanto alla cattedrale.
Sarà che siamo scesi a sud, ma qui l'aria che respiro è decisamente più italiana. L'aria che tira sembra quella che respiro nella pineta di San Piero a Grado. Nella grande piazza dell'ufficio del turismo si sta benissimo, c'è un sole caldo e un venticello dolce che mi vien voglia di farci una dormita. Questo il giorno dopo, intendo.
Il giorno dopo l'arrivo mi sposto al Downtown Hostel. AHA non si fa risentire, così mi faccio un giro da solo e mi godo quell'atmosfera di pace, di profonda serenità che si respira in città. Fresco per la dormita, la sera di giovedì vado in giro per discoteche. C'è una strada dietro la Cattedrale che pullula di bar e discoteche splendide. Faccio il giro di diversi locali. In un pub assisto al tragico secondo tempo della partita Tottenham-Inter, in cui l'Internazionale non fa veramente un figurone. Ciò non incide più di tanto sul mio umore, tuttavia, e continuo a godermi la birra LAV che i serbi propongono, e pure quel clima vacanziero e già festivo (anche se manca un po' all'estate) che lì ho trovato.
Le fanciulle sono gentili e discrete, donne d'altri tempi. Non parlano altra lingua salvo il serbo, e questo non agevola le interazioni sociali coi turisti e con uno in particolare.
Il progetto di viaggio lo modifico una volta che scopro che non ci sono connessioni con la Romania. Pur essendo poco distante, all'ufficio del turismo mi dicono che non ci stanno né autobus né treni per andare a Timisoara. Mi dicono che dovrei andare a Belgrado, e là magari troverei delle connessioni perché è il centro nevralgico di questa splendida nazione.
Ma io a Belgrado non ho tanta voglia di andarci. Vista la lentezza dei trasporti, penso invece che sia il caso di avvicinarmi di nuovo a Budapest, invece di allontanarmi ulteriormente.
Così decido: faccio tappa a Subotica, poi da lì riprendo il treno sulla linea per Budapest, e mi fermo a Kecskemét.
Prima di partire per Subotica, però, voglio vedere ancora un po' di Novy Sad. Perché è una grande città, e ci deve pur essere qualcosa oltre il grazioso ma piccolissimo centro storico.
Arrivo al Museo Nazionale d'arte serba. Al primo piano ci stanno opere del diciassettesimo e diciottesimo secolo, di raffigurazioni religiose. Cristi in croce, Madonne, Giovanni Battista con la testa in mano, icone varie. C'è una raffigurazione che mi colpisce, perché non l'ho mai vista altrove. In inglese si chiama The dormition of the virgin, e lì è presente in due quadri. Al centro c'è la Vergine col bambino in mano, circondata da gente in adorazione. Più in basso c'è un omino con l'aureola (forse un angelo) che ha una falce in mano ed ha appena tagliato le mani a un altro omino (senza aureola, un diavolo o non so chi) che le aveva appoggiate al letto della Vergine. Le mani restano lì, sanguinanti, attaccate al letto. Non so ricollegarla ad alcun episodio biblico.
La perla del museo comunque si trova al secondo piano, dove c'è l'esposizione permanente dell'arte contemporanea serba. Nulla di straordinario, gli artisti serbi non sono nulla di speciale, se comparati ad altre realtà europee del tempo. Fa eccezione Stevan Alecsic, che è chiaramente un genio. Il quadro dell'autoritratto con sua moglie, con lei che lo abbraccia dolcemente e lui che la allontana schifato è superbo. Pure il grande ritratto di nudo femminile è stupendo. Alecsic da sé vale ampiamente il costo del biglietto (una miseria, del resto).
A Subotica ci arrivo con un autobus poco diverso da quello che ho preso per arrivare a Novy Sad. Fa un gran caldo, sudo molto.
Alla stazione degli autobus, che non è proprio in centro, un tizio alto che viaggiava con me sull'autobus e aveva intuito che sono straniero mi chiede se c'è qualcuno ad aspettarmi. Dico di no, e lui offre di darmi un passaggio in centro con la sua auto. Accetto e così andiamo. Il centro di Subotica è molto bello. Mi bastano pochi minuti per capire che Subotica è molto più bella di Novy Sad. E' più "città", anche se più piccola. Novy Sad ha un piccolo centro storico contornato da un vasto asserragliamento di costruzioni del razionalismo socialista, Subotica invece fa capire di avere un'altra storia. Subotica, o Szabadka, o Mariateresiopoli. Tanti nomi per una città che ha vissuto sotto tante forme, popolata da gente diversa, che parlava lingue diverse e credeva a diverse divinità.
Sebbene le recensioni su Hostelworld non siano esaltanti, decido di recarmi allo Hostel Incognito (l'unica review sul sito menziona che il letto è comodo e il posto è ok per passarci un paio d'ore).
Prima però vado all'ufficio del turismo, dove ho una breve conversazione con un serbo che parla l'Inglese maccheronico e però mi è d'aiuto, dandomi una cartina della città).
Devo dire che questa vacanza presenta non poche botte di culo, in fatto di alloggi.
All'ostello Incognito per mille dinari mi danno un posto letto in una camera da tre letti, in cui ancora una volta sono l'unico cliente. Insomma, mi ritrovo a poter fare i miei comodi.
Mi dò una sciacquata perché non sono fresco come una rosa. Ancora una volta ho camminato per chilometri col borsone sulla schiena e miei muscoli, sempre più possenti, sono affaticati.
La sera esco.
Ho dimenticato di dire che nel secondo giorno a Novy Sad ho preso un caffé con una Danijela, una donna serba conosciuta via Couchsurfing. Lei è di Subotica e mi ha dato dei consigli su cosa fare e dove andare a mangiare. Trovo il Caffé Boss, che lei mi aveva suggerito, e lì ordino una bistecca in salsa di gorgonzola. Uhm, che bontà. Quasi compete col perkelt. Sono sempre più innamorato di questo paese e del suo popolo meraviglioso.
Danijela mi aveva poi parlato di Engelsova, la strada delle discoteche. Questa non la trovo, ma una piccola targa mi fa pensare che sia il vecchio nome dell'attuale via Matias Corvino, dove in effetti stanno un po' di locali affollati di gioventù.
Finita la bistecca in salsa di gorgonzola ho fatto un bel giro, per arrivare in una discoteca stile Maracaibo (a Subotica c'è praticamente di tutto). Ho parlato con un po' di gente, ho bevuto ancora LAV e ho cercato di ballare, ma la camminata col borsone aveva indolenzito le mie articolazioni e così ho trovato più opportuno stare fermo. Ho parlato con una giovane e bella fanciulla vestita tutta di verde. Conversazione non molto gratificante, e soprattutto durata poco: questa Laura parlava soltanto ungherese. (A Subotica, che è vicina al confine, ci stanno tanti ungheresi che non parlano nemmeno serbo, a quanto ho capito). Ho chiesto alla barista, che parlava inglese, se lei sapeva magari l'ungherese per farmi da traduttrice, ma ha detto di no. Così ho gettato la spugna. Però, ho pensato, boh, magari l'impossibile può divenire possibile e si può rimanere in contatto. Così le ho detto in un linguaggio assai elementare che avrei voluto rimanere in contatto, visto che mi ispirava tanta simpatia. Lei ha capito, e senza usare tanti termini mi ha fatto capire che era su Facebook. Ho scritto il suo nome su un foglietto, con una penna verde come il suo vestito. Il giorno dopo, che già ero a Kecskemét, l'ho trovata finalmente sul social network. Le ho mandato la richiesta di amicizia. Nel giro di dieci secondi lei ha accettato la richiesta. Come un falco, il mio occhio vede la data di nascita: ha quattordici anni meno di me, orsù!

domenica 7 agosto 2011

Odessa. Un viaggio nella storia di un viaggio

M'è difficile ricordare... Perché ancora più difficile è dimenticare.
(Non so bene cosa voglia dire, ma mentre aspetto che la bistecca di maiale sia pronta posso cogliere l'occasione per un nuovo post. Dopo una lunga assenza, ho deciso di mettere per iscritto qualcosa della mia meravigliosa esperienza odessana).
Panta Rei. Tutto se ne va, e produce un suono diverso a seconda dei momenti. Ora è un lento gorgogliare, ora invece è un tumulto roboante di emozioni voluminose e impegnative. L'attesa della cena è senz'altro il momento più adatto per concentrarsi per un minuto, in cerca della miglior forma con cui esprimere un'esperienza complessa.
Voglio davvero raccontare un'esperienza complessa? No. A pensarci bene, il tempo della vita è troppo breve per cercare la spiegazione per cose simili. Mi accontento allora delle cose semplici, che si snocciolano nella lista della spesa, e poi lasciano tutto all'immaginazione (e dunque al libero arbitrio che in maniere imprescrivibili circoscrive lo sterminato orizzonte semantico delle parole, delle lettere, ma pure della punteggiatura).
Sono tornato in Irlanda solo due giorni fa, e quella città di mare, lontana per cultura e per storia, continua ad evocare in me ricordi e belle memoria. E' una città greca, indubbiamente il suo nome ha la stessa origine di quello del protagonista del secondo poema omerico.
Sono arrivato a Odessa il 2 luglio, alle 10 e mezzo di sera. Viaggio con poco comfort: sono partito al mattino da Shannon, sono arrivato a London Gatwick e lì ho dovuto aspettare per tre ore il volo per Kiev. Nella capitale ucraina l'aereo è arrivato con notevole ritardo, pensavo di aver già perso il volo di coincidenza per Odessa ma in realtà questo era ancora più in ritardo, sicché tutto è andato bene.
All'aeroporto della città greca era presente una ragazza della scuola di lingue ad aspettarmi, col cartello e il mio nome sopra. Evgenia mi ha accompagnato in macchina all'appartamento in Uspenskaya al numero 9. Bell'appartamento, palazzo neoclassico dai soffitti alti più di tre metri. Mura tappezzate di verde, tutto riflette un gusto borghese che nel corso dell'ultimo secolo non ha visto il minimo intervento di manutenzione. Di questo ne riparlo tra un po'.
Ho subito incontrato il primo dei miei coinquilini, il tedesco Stephan. Gli ho chiesto se c'erano negozi aperti nelle vicinanze, perché avevo fame e volevo comprare qualcosa. Siamo usciti dunque in direzione di un negozio che avremmo trovato aperto fino a mezzanotte.
Odessa di notte non è un grande spettacolo. Avrei visto nei giorni seguenti che la vita notturna è da tutt'altra parte: in Riviera, ad Arkadia.
Il giorno seguente, domenica, ci siamo aggregati entrambi al giro organizzato dalla scuola, un tour per la città. In quell'occasione abbiamo incontrato gli altri studenti, e con loro siamo andati a pranzo in un bel posticino dall'aria bohemiénne, che mi ha ricordato molto Praga. Ho conosciuto in quell'occasione Frank, Sacha, Sergio, Adrien (e poi Anna la ragazza ucraina). Tutte persone interessanti, che studiavano il russo per qualche motivo non banale.
Il giorno dopo ho iniziato il corso di russo, e la sera ho aderito all'invito di Adrien che aveva organizzato una festa di benvenuto per i nuovi studenti. Nel piccolo locale in cui ci ha portati, l'Exit Bar, ho conosciuto tre ragazzi americani, navy seals in missione in Afghanistan che si trovavano a Odessa per una breve vacanza. Con loro abbiamo festeggiato il giorno dell'indipendenza americana. Succede proprio di tutto, da quelle parti.
Nella prima settimana non sono mai andato in spiaggia. Il tempo era brutto, sembrava proprio che il clima irlandese mi avesse seguito fin là.
Verso la fine della prima settimana è apparso il sole. Siamo andati all'Arkadia, abbiamo ballato e io ho scoperto il B52: una delle grandi conquiste dell'estate.
Sebbene la scorsa estate non abbia impiegato tanto tempo per farmi l'hit-parade personale delle chansons estive (indimenticabili: "Soul sister" dei Train, "A Silvio" di Andrea Vantini, la sigla de "Il dottor Slump e Arale", più qualcun'altra che ora mi sfugge) questa estate per me suona senza tormentoni.
Mi sono innamorato di alcune figure mitologiche, tali Donne, che forse non sono altro che l'ombra di proiezioni di un'immaginario arcaico e consunto, reso obsoleto dalle vacche artificiose della televisione.
Ho conosciuto Marina, l'ho vista nel bar Kompot dove serviva ai tavoli. Ci sentiamo ancora ma facciamo (anzi: faccio) una gran fatica a tenere i contatti. Lei parla solo russo, io mi arrangio, ma l'amore non può fondarsi sul Google Translator.
Visto che adesso sono le 00,03 mi verrebbe spontanea una riflessione, su Google Translator e l'amore, ma dopo l'ennesimo film pseudo-intellettualistico che NON mi sono fatto MA ho visto fare ad altri, ho deciso di ovviare.
L'estate a Odessa per me è associata ai pantaloni neri di pelle di Xenia, alle foto di Stefan in cucina quando meno se l'aspettava, ovviamente alle parole scandite lentamente dall'insegnante di russo a lezione (che si rivolse a me chiamandomi "maladoi cilavek", e da allora io sarei rimasto tale e quale, come in tutte le fiabe che hanno un inizio e uno svolgimento simile alla mia estate odessana), e poi ad altro. Altro... Ecco, sì, dimenticavo Tatjana, la sua dolcezza, il suo borsh. Poi i gatti di Odessa, tutti dal pelo lungo e dalle strane sfumature. Le strade dai marciapiedi disastrati, con buchi come crateri. Adrien che nella sua ultima serata all'Itaka club si fa quasi buttare fuori da uno della security perché "importuna" la ballerina.
Non ricordo poi che altro. Tutto è accaduto quasi in simultanea, così mi sembra da quanto è stato veloce.
Mi sono ritrovato un bel giorno all'aeroporto di London Gatwick, il 19 luglio, e mi sono accorto che tutto era finito...
Avevo quattro ore davanti a me, prima che partisse il mio volo per Dublino, il terzo e ultimo della giornata che mi avrebbe ricondotto a casa, dove il lavoro mi avrebbe riassorbito.
Questa la racconto, perché tutto sommato ci sta bene nell'insieme.
Avevo con me il netbook Samsung, e nella notte avevo tenuto la batteria in carica. Avevo pensato di trascorrere le cinque ore d'attesa in aeroporto guardandomi qualcuno dei film che da tempo stazionavano sul desktop. Avendo poca scelta, perché i più li avevo già visti, ho iniziato a vedere "Non aprite quella porta 3". Penso che qualcuno dei passanti, nella miriade di viaggiatori che passavano intorno alla panchina metallica su cui io bivaccavo, abbia notato la mia faccia terrorizzata davanti al piccolo schermo. (In realtà c'è poco da terrorizzarsi: solo un paio di scene, che sono comunque lontane per impatto visivo dal capolavoro del film originale). Il film non meriterebbe alcuna menzione: fa piuttosto schifo, diciamoci la verità. C'è Viggo Mortensen nella parte di Tex, che è il personaggio meno credibile e peggio caratterizzato della famiglia di cannibali segaioli. Nel complesso la sceneggiatura è lacunosa, le battute sono banali e si vede che volevano risparmiare d'inchiostro. Mi azzardo a dire che il film faccia ca---e. Sento però di dovermi trattenere dall'esprimere un giudizio definitivo e tanto pesante. Il perché sta tutto nel film che ho visto dopo questo film. Siccome mancavano ancora 2 ore alla partenza del mio volo, infatti, mi sono risolto a guardare un altro film che avevo lì a portata di mano. Ho guardato così Giallo, l'ultima opera di Dario Argento, genio del trash pauroso made in italy. Al termine del film resta l'interrogativo: quanto è stato pagato Adrien Brody per convincerlo a rovinarsi la carriera con un film tanto cesso? Nel mondo accadono cose perverse, il mondo dell'arte sta ben attento a non lasciarsi scappare nulla.
La Ryan Air mi ha infine riportato a Dublino. Per arrivare a casa c'era da affrontare prima un lungo viaggio in autobus, ma la sorte ha voluto che la compagnia mi avesse dato il mercoledì come giorno libero, da recuperare poi il sabato. Ho contravvenuto dunque all'imperativo biblico degli ebrei, accettando di lavorare il sabato, ma in fondo a me interessa il giusto perché, dettaglio che forse è troppo verboso aggiungere, e che a quest'ora potrei omettere per andare a dormire, ebreo io non sono. Sicché ho passato il mercoledì a Dublino.
La saudade del Mar Nero mi ha colpito, ho sofferto molto questo ritorno.
Bisogna però chiudere col passato, facendo tesoro di tutto quel popò di incontri straordinari che ho fatto... Questa è una ricchezza che si conserva nel tempo, che grazie a Facebook e ai social networks si protrarrà nell'arco della mia, della nostra vita, secondo quel che gli imprevisti ci porteranno a vivere.
Mi accorgo di essere particolarmente prolisso, e sono le 00,44.
Insomma, per dire le ultime parole: una pagine si chiude, ma forse (anzi: sicuramente) in un qualunque momento si può riaprire, come tutti i bei libri che si possono leggere da più prospettive.

[comments to: marzio19@yahoo.it ]

lunedì 14 marzo 2011

Dopo Connemara, arriva il momento della verità.

Ci siamo. Siamo tornati a casa sani e salvi, dopo un itinerario ricco di imprevisti per la terra di Connemara (Irlanda). Vogliamo svuotarci le tasche della saggezza acquisita nel corso di questo tragitto, ma non solo. Condensiamo in un solo post le riflessioni filosofiche che dalle vette di monti desolati abbiamo prodotto.
Iniziamo con le news dell'ultima ora, che ci sono gentilmente offerte da Yahoo (che noi pagheremmo volentieri perché non ce le dasse, quando apriamo la posta elettronica). Negli ultimi giorni è apparsa la grande notizia: la rivista Forbes ha stabilito che la donna più sexy del mondo è Kim Kardashian (alla quale è pure dedicata la copertina della rivista).
Ma chi è costei? Abbiamo cercato di documentarci, giusto per non sentirci troppo esclusi dal mondo, dalla vita culturale e globale che freme all'alba del terzo millennio.
La signorina Kardashian si è guadagnata la gloria e il successo essenzialmente per due motivi: uno, perché è amica di tale Paris Hilton (grande protagonista della cultura d'oggi), e due, perché ha girato un film amatoriale porno col suo boyfriend. Dal film si capisce che la ragazza è brava a fare pompini, e perciò questo può ben giustificare il successo e il riconoscimento di Forbes, nonché renderla un modello per le teenagers di tutto il mondo che si interessano delle nuove icone fashion e dei mezzi innovativi di espressione della personalità.
Andiamo un attimo avanti, e scopriamo che Martina Colombari (altra cosiddetta VIP) ha pubblicato la propria autobiografia, intitolata "La vita è una". Ovviamente non leggeremo quest'ingegnosa opera, ma le interviste rilasciate dall'autrice sembrano abbastanza utili per introdurne il contenuto. L'autrice vi avrebbe qui raccontato il proprio tradimento nei confronti del marito, nell'arco del matrimonio che ancora fila a vele spiegate. Ovviamente l'indiscrezione è la molla dell'interesse, e perciò le interviste non sarebbero state interessanti senza qualcosa da raccontare. La rinnovata popolarità della neo-autrice, caduta nel dimenticatoio per quel ciclo di continuo rinnovamento dello show business (perché a quarant'anni il ruolo della velina risulta poco appropriato), giustifica la temeraria confessione. Questa, del resto, non sottoporrà la protagonista a nessuna gogna mediatica: col voler espungere il moralismo, da un po' si è espunta pure la morale. Fondamentali le parole dell'autrice in un'intervista: "Sono riuscita finalmente a mettermi a nudo. Un modo migliore per esprimersi, rispetto magari ad un calendario".
Passiamo ora all'ultimo episodio, che sigilla la visione dell'insieme come ultimo capitolo di una trilogia, e risulta complementare al precedente (così come il secondo sviluppa il primo). Protagonista è tale Renzo Bossi, che è riuscito a farsi segare per due volte di fila all'esame di maturità e perciò è stato premiato con un posto da consigliere comunale (e qualcos'altro che ora mi sfugge), giusto da mettersi in tasca ottomila o diecimila euro al mese. In un intervista il Trota disse: "Nella vita bisogna provare tutto. Tranne che le droghe e i culattoni". Soffermiamoci sulla prima frase. C'è da chiedersi: perché non prova allora ad andare a lavorare?
La conclusione del discorso sta nella mail che ho ricevuto questa mattina, che mi permette di cucire insieme questi momenti della vita culturale post-moderna. Sono iscritto a diverse mailing list, e perciò mi arrivano tante sorprese. Ora l'Editore Lineadaria di Biella mi informa della pubblicazione di un suo libro: La costituzione italiana spiegata ai bambini. Orrore! Perchè vogliono spiegarla ai bambini, la costituzione che ci ritroviamo, visto che neppure gli adulti la comprendono?
La costituzione italiana è del tutto incomprensibile. Inizia dicendo che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. Quale lavoro? Quello che offrono l'Adecco o Manpower per un contratto di tre o quattro mesi? O quello di questa gente qui, che offende il buon gusto di ogni persona sensibile soltanto cercando di esprimersi ("in un libro, rispetto magari ad un calendario").
Se spieghiamo la costituzione ai bambini, presto o tardi loro capiranno che siamo dei cretini. Perché sono recettivi, e capiscono che la realtà delle parole è un'altra cosa rispetto a quella dei fatti. Si apre la via del grande oscurantismo laico.
Meglio raccontare le favole, ai bambini, nella speranza che dal mondo apprendano poco.

marzio19@yahoo.it

giovedì 24 febbraio 2011

Sono entrato nell'età della ragione

Dopo un lungo periodo di assenza sono tornare a vergare le pagine del blog. E' passato del tempo, l'ultima volta che l'ho aggiornato è stato quando mi sono chiuso per sbaglio fuori di casa. Nel frattempo sono trascorsi due mesi, durante il quale si è celebrato il mio compleanno, insomma il raggiungimento di quella che alcuni ancora si ostinano a chiamare "l'età della ragione".
Non è però di questo che vorrei a parlare. (Anzi, a dire il vero, non so bene di cosa vorrei parlare. Mi sono svegliato un'ora fa, dopo un recupero di sonno arretrato, e mi sento in vena di comunicare con il mondo). La linea del blog mi impone una coerenza di forma, oltre che di sostanza, dunque applicherò su di me un'auto-censura ed eviterò frasi lunghe, non connesse fra sé, periodi ipotetici che durano più di venti parole e quello che certuni mi rimproverano come errore, ma che in verità è il mio punto di forza, ossia l'ignoranza dell'anacoluto storico.
La primavera è arrivata, e io sono in attesa di sapere se avrò tre settimane per andare a luglio sul Mar Nero. Le preoccupazioni del futuro continuano a perturbare il presente, e io risolvo il problema come posso, soprattutto mangiandomi le unghie.
Il lavoro aumenta, il tempo diminuisce, in certe occasioni sento di perdere il contatto con la mia vita.
Mi ero invaghito di una ragazza sul luogo di lavoro, alla quale ho regalato dei pensierini affettuosi in tutti i momenti che agevolavano l'espressione di sentimenti disinteressati. Sono arrivato al punto di fare qualcosa che non avrei mai pensato di fare, qualcosa che per me è inconcepibile: pur di vederla fuori dall'ambaradan, le ho detto che l'avrei accompagnata al concerto di Usher a Dublin. (Trattasi di un rapparo americano bracalone con le mutande in fuori). Chi l'avrebbe mai detto che nell'età della ragione avrei potuto compiere un passo del genere? Quale sinistra follia può muovermi a far tanto, in nome di un atavico impeto passionale? E' forse la prova che la ragione è l'etichetta d'uso per giustificare le fortuite corrispondenze tra un mezzo e un fine da raggiungere?
Il tema del blog, e cioé l'estetica fenomenologica delle cose belle, è pertinente all'argomento, ma qui occorre espandere il campo d'azione all'epistemologia dell'amore, all'ermeneutica del tempo e del destino, alla teoria strutturalista del weekend.
In ogni caso... non compirò quel gesto difficile e poco conforme al mio normale gusto estetico. Non andrò con lei a vedere il rapper a Dublino. Dopo aver informato con bugiardo entusiasmo la fanciulla della mia intenzione di accompagnarla, lei mi ha infatti detto: "It's up to you. I go with my boyfriend".
Ah, che doccia gelata!
Sono costretto a rivedere tutta la mia vita. Vorrei citare qui Ortega y Gasset, ma forse sarebbe fuori luogo.
Per fortuna il lavoro mi consola. I clienti chiamano e mi chiedono di resettare le password, e questo un pochino mi distrae dalle delusioni del presente. Mi restano ancora quattro mesi prima del Mar Nero.
Il presente è ancora l'attesa di qualcosa d'irrealizzato.

marzio19@yahoo.it

domenica 2 gennaio 2011

I risvolti inattesi della fortuna avversa

Credevo che aver dimenticato le chiavi in casa ed essermi chiuso fuori fosse un sintomo di grande sfiga, o perlomeno la conseguenza di una grave disattenzione. (Un sintomo o una conseguenza: fuori dalla logica, in tante occasioni sembrano sinonimi). Una collega indio-tedesca mi ha ospitato per tre giorni, in attesa del ritorno del mio coinquilino Josh, che possiede un'altra chiave, e lui soltanto puo' dunque consentirmi di riaccedere al suolo domestico. In questi tre giorni, dal 31 dicembre al 2 gennaio, ho passato il tempo quasi interamente stando sulla poltrona della piccola living-room di Khamini, davanti alla televisione insieme alla collega e ad altri ospiti del caso. Qui hanno Sky, e cosi' ho usato questi tre giorni per rifarmi una cultura cinematografica di quanto mi mancava di vedere: mi hanno fatto vedere Troy (secondo me e' un bidone), Alexander (gia' meglio), Miss Marple (non ho capito chi e' l'assassino), The departed e altra roba.
Ma soprattutto, ho visto qualcosa che in altra occasione, aldifuori della contingenza che mi ha costretto a essere qui, fuori di casa, davanti alla televisione a quell'ora di notte, io non avrei mai visto.
Ho visto l'Armata delle tenebre (The army of darkness) in lingua originale! E qual'e' il carattere straordinario della cosa? La versione originale che ho visto contiene diverse parti che nella versione italiana doppiata sono state tagliate! Soprattutto si tratta di alcune scene in cui Bruce Campbell combatte contro i suoi mini-doppioni, e poi nella battaglia finale. La cosa piu' clamorosa, tuttavia e' stato il finale. Il finale che ho visto e' completamente diverso da quello presente nell'adattamento italiano. In quest'ultimo, Bruce Campbell finisce per prendere la pozione magica, e ritorna al suo tempo, in cui lo vediamo ai magazzini Smart, dove lavora, intento ad attaccare il bollino del prezzo sui pacchi.
Non sono particolarmente sorpreso di quanto ho visto ieri notte, tuttavia, perche' sapevo che il regista aveva ideato ben tre finali alternativi che erano stati tutti inseriti nella versione digitale.
Quel che ho visto ieri, e' che Bruce Campbell porta via con se' la pozione magica dal villaggio fortificato di Re Artu', si rifugia in una caverna insieme al rottame dell'auto e con la dinamite fa crollare l'apertura della caverna, tappandosi cosi' all'interno. Qui prende sei gocce della pozione, ma per una distrazione sbaglia a contare e ne prende una in piu'. Allora si addormenta, e si sveglia molto tempo dopo. Riesce a uscir fuori dalla caverna, e ha la triste sorpresa di aver dormito troppo: si e' infatti risvegliato in un mondo post-atomico, dove regna la desolazione.
Non avrei mai conosciuto questo diverso finale del capolavoro di Sam Raimi, se non avessi dimenticato le chiavi in casa due giorni fa. Nella sfortuna e nella malasorte si deve quindi vedere racchiusa una perla, che dimostra che le disavventure e gli imprevisti in realta' possono avere risvolti interessanti, che possono addirittura capovolgere il nostro stato d'animo, al punto di credere persino che sia stata una piccola fortuna aver commesso quell'errore, e che una fatalita' possa cosi' permettere di fare interessanti scoperte.
Trattandosi dell'inizio dell'anno, spero che tutto cio' porti fortuna.
Non credo tanto nell'oroscopo delle riviste e dei varieta', e soprattutto non credo in Paolo Fox. Costui mi ha sempre pronosticato cose belle e di soddisfazioni negli ultimi tempi non ne ho avute tante (anche se non mi posso proprio lamentare del 2010). Vediamo un po': i pesci non hanno un anno di belle sorprese, poche soddisfazioni sul lavoro, imprevisti onerosi nella seconda parte dell'anno... Col segno ascendente mi va un pochino meglio, ma per questo il lavoro e' un terreno di battaglia complicato. Che il 2011 sbugiardi ancora una volta il damerino, e che quest'anno vada all'incontro appunto in grazia delle sue basse prospettive.

giovedì 9 dicembre 2010

Le passioni degli azionisti

Ci sono momenti in cui vorrei fermarmi a pensare, magari sedermi su un morbido sofa', con la consapevolezza che faccio davvero quel che devo fare... Poi pero' mi alzo, perche' mi viene in mente che devo fare qualcos'altro, e poi altro ancora, e tutto questo e' un giro ininterrotto di movimenti che in realta' potrei evitare. Scrivere un post del genere non mi aiutera' probabilmente a dare una svolta radicale alla giornata... Si puo' vivere senza sapere cosa si fa, e soprattutto senza sapere cos'e' che potremmo fare di meglio? Non ci credo che si puo' sempre migliorare. Vale comunque la pena di fare un tentativo, che ci indichera' una meta da raggiungere.
(Ecco, fra l'altro e' intervenuto ora un affaticamento al mio polso destro, il che rende pure piu' lento lo scrivere...).
Mi trovo alla biblioteca di Shannon, che sta giusto davanti a casa mia. Davanti casa, abbiamo un grande prato bianco di gelo, che guardandolo da vicino permette di ammirare le sottili forme ghiacchiate dei fili d'erba, e pure alcune ragnatele rese plastiche dal clima. Niente pioppi, faggi, salici e giaggiuoli.
La mia giornata vera e propria inizia alle 13, visto che oggi lavoro col turno pomeridiano. Arriveranno finalmente le chiamate dai clienti azionisti della banca, che vorranno resettare la password e magari pretenderanno informazioni dettagliate e puntuali sul nuovo piano di investimento azionistico varato dalla loro azienda. I telefoni suoneranno, e tutti vorranno avere informazioni sulle loro azioni. L'azione (share), ho imparato, e' una parte del capitale di un'azienda. Ogni azione produce un dividendo, nel caso in cui l'azienda ottenga dei profitti alla fine dell'anno. Questi profitti vengono ripartiti tra gli azionisti, in maniera proporzionale alle azioni possedute da ciascun azionisti.
Queste sono le azioni del mercato, ma vi sono pure altre azioni, che il mio lavoro non considera e pure deve ignorare (per quella logica rigorosa e non del tutto univoca che il lavoro piu' moderno ha forgiato). Queste a cui alludo sono le azioni che si compiono nella vita naturale e irriflessa, ossia le scelte che facciamo ogni giorno, in cui ci rapportiamo a chi ci e' vicino e condivide la propria vita con noi. Queste azioni spesso non producono dividendi. Anzi, agendo in quelle occasioni, compiendo tali azioni nella vita privata e pubblica siamo del tutto all'oscuro di cosa siano i dividenti. Non amiamo le persone, non cambiamo canale davanti alla televisione, non ci dedichiamo alla descrizione del paesaggio pensando ai dividendi. Eppure, anche quelle azioni li' producono qualcosa.
E quanto una nostra azione produce non si ripartisce in maniera rigorosa, secondo appunto il criterio di distribuzione bancaria. Si ripartisce secondo altre logiche, che son dettate unicamente dalla predisposizione di ogni participante. Non c'e' proporzione, perche' il valore non e' misurato secondo una logica; il valore e' intuitivo, e percio' non e' discorsivo (e dunque e' illogico, giacche' logica deriva da logos).
Dovrei fermarmi qui per un'ora, ma l'orologio mi obbliga a far le cose di corsa. Riprendero' magari questo tema in un altro post.
Ora devo tornare a casa, devo radermi e partire. Mi attende una nuova avventura, in cui il mio destino si incrociera' con quello dei clienti azionisti.

sabato 27 novembre 2010

Iniquità irlandesi

Il bilancio della settimana non può dirsi in perdita. Lunedì mi sono trasferito nel nuovo appartamento, che ho affittato col collega Josh. Il contratto era già firmato, quando abbiamo scoperto il terribile inganno ordito dall'avido padrone di casa (the landlord). La pompa dell'acqua, chiusa in uno sgabuzzino, fa un casino infernale e abbiamo dovuto attendere per due giorni il fatidico intervento dell'idraulico.
Adesso siamo ai ferri corti: o il landlord interviene col suo cash per cambiare la pompa, o noi saremo costretti a rompere il contratto. Non sono cose facili da farsi. Purtroppo c'è di mezzo la legge, che come al solito protegge e tutela i disonesti e punisce gli ingenui per la loro ingenuità (questa scomoda virtù).
Ma la settimana mi ha riservato qualche momento piacevole.
La scorsa domenica andato sulla costa a vedere l'oceano, in un posto in cui non c'è altro, e l'attenzione mi è caduta sul distributore di palettine per rimuovere la cacca dei cani: tali oggetti qua sono chiamati Poop Scoop (poop sta per cacca, forse popò, e scoop credo che stia per paletta).
Beh, forse il bilancio di questa esperienza irlandese non è particolarmente ricco di argomenti.
Ma d'altra parte mi devo ancora ambientare, devo conoscere la cultura di questo popolo, e già trovare un punto di partenza non si presenta impresa facile.
Oggi è sabato, ho fatto una dormita che mi ha tolto le rughe di stanchezza e le borse sotto gli occhi, che ho tenuto da lunedì per via del sonno insufficiente. Davanti a me ho un weekend di relax.
Vorrei scrivere quanto ho appuntato nel corso della settimana ma non trovo più i foglietti. Non mi rammarico di questo: se non ricordo cosa avevo pensato, non posso nemmeno pensare a quel che avevo scritto.
Ne approfitto per dire di quell'articolo di Alberoni sul Corriere della Sera, che avevo anticipato nel precedente post.
Il sociologo dei salotti ha scritto che oggi non esiste più una divaricazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, quella vecchia distinzione che un tempo era attestata col possedere o no un pezzo di carta.
Quel che lui dice è vero, ed è pure banale. Io stesso mi ci ero soffermato, un paio d'anni fa, quando lavoravo come rappresentante di un costoso prodotto informatico. Dovetti far visitare a un potenziale cliente, che mi disse che pure un operaio deve usare l'intelletto per lavorare e portare a casa lo stipendio, e perciò era pure quello un lavoro intellettuale.
Pensai che il vero intellettuale è quello che usa l'intelletto per produrre effettivamente qualcosa, mentre il dipendente dell'università è solo un impiegato pubblico che fa il lavoro di un impiegato.
Pensai, spingendomi un po' più in là, che il lavoro intellettuale inteso alla maniera classica, nel mondo d'oggi non andrebbe neppure considerato come lavoro.
Il lavoro intellettuale non è lavoro, infatti, perché da esso non si trae utilità o profitto (se non in maniera indiretta, com'è il caso di chi insegna agli altri, che a loro volta dovranno fare lo stesso).
Quel che mi ha colpito, dell'articolo di Alberoni, è la conclusione che invece pone lui al discorso. Scrive che il merito o il talento di una persona deve prescindere dal possesso di un pezzo di carta, dal momento che oggi le competenze si acquisiscono sul campo. Non c'è nulla di sbagliato nel ragionamento, ma a stonare sono due cose: il mittente e il contesto in cui è lanciato il messaggio.
Se fosse davvero coerente, il mittente del messaggio dovrebbe specificare: "Io non so nulla di quel di cui parlo, e qualche tecnico delle caldaie forse avrebbe più diritto di me a scrivere articoli del genere sul Corriere". L'autore dell'articolo, invece, lascia del tutto in sospeso il discorso. La sua posizione non è minimamente trattata dallo stesso.
Se la prima preoccupazione di un "intellettuale" di professione dovrebbe essere la legittimazione della propria autorità di giudizio, va notato che qui tale preoccupazione non sfiora minimamente i pensieri dell'autore.
Può esser vero che la miglior scuola è la strada. Ma se a dirlo è uno come Alberoni, che senso bisogna dare alla frase?